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Affitto d’azienda «in famiglia»: difesa in salita

La situazione di «non operatività» diventa impossibile da superare quando il canone di affitto di un’azienda è insufficiente a superare il test di “proficuità” sui beni (articolo 30 della legge 724/94) e le parti contrattuali sono riconducibili al medesimo soggetto economico. È la conclusione cui arriva la Commissione tributaria di II grado di Trento, con la sentenza 3/01/2015, depositata lo scorso 15 gennaio (presidente e relatore Pascucci).
Nella vicenda esaminata dal collegio trentino la società proprietaria dell’immobile a uso alberghiero è riconducibile alla stessa famiglia che rappresenta la compagine della società che lo ha in gestione, tramite contratto di affitto di azienda. Un caso piuttosto frequente nel settore turistico.
Nel caso in esame l’applicazione sulle immobilizzazioni dei coefficienti previsti dalla disciplina sulle società di comodo ha fatto emergere (con riferimento al 2006) ricavi presunti superiori a quelli effettivi dichiarati dalla società che ha concesso in affitto l’azienda. Quest’ultima si è difesa – prima tramite istanza di disapplicazione e poi con ricorso contro l’accertamento – sostenendo che i canoni non potevano riflettere immediatamente l’incremento del costo degli immobili derivante dagli onerosi lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza. La giustificazione, tuttavia, non ha convinto i giudici trentini, secondo i quali le presunzioni alla base delle disposizioni sulle società non operative possono essere contrastate dimostrando circostanze oggettive sopravvenute, che non sono ravvisabili nel caso trattato. Infatti, il contratto era stato stipulato da due società con una compagine riconducibile alla stessa famiglia. Pertanto, seppur valido a livello civilistico, non era “spendibile” nei confronti delle presunzioni tributarie, anche per l’assenza di prove sull’impossibilità di concludere sul mercato contratti più vantaggiosi.
Il thema decidendum, nel contenzioso sulle società di comodo, è reso più complicato da una scorretta qualificazione del fenomeno, dovuta in parte al legislatore. Infatti, al comma 4-bis dell’articolo 30, si riconduce l’interpello disapplicativo nell’ambito delle istanze “antielusive”. Come la dottrina più attenta ha segnalato, invece, il fenomeno delle società di comodo ha molto a che fare con l’interposizione fittizia e l’evasione e poco con l’elusione.
Ad ogni modo, la società affittante che non rispetta i ricavi minimi presunti deve cercare di provare in giudizio che il canone rispecchia valori attendibili sul mercato, al momento in cui il contratto fu concluso. Questa dimostrazione in genere è efficace (Ctr Lombardia 5440/11/2014, Ctr Genova 17/1/2011, Ctr Firenze 1734/25/2014, Ctr Perugia 52/3/2013, Ctp Trento 69/2/2013 e 55/4/2012). Tuttavia, diviene difficile quando i soggetti coinvolti appartengono allo stesso “gruppo societario”, poiché si ipotizza che, in tal caso, il canone possa essere variato a piacimento (circolare 44/E/2007, par. 2.8), anche se in senso favorevole si può citare la Ctp Vercelli n. 13/1/2013.

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