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Affitti brevi: 416mila annunci ma la metà non registra gli ospiti

Il Fisco rincorre l’esplosione degli affitti brevi e cerca di mappare il fenomeno con strumenti nuovi. Come previsto dal decreto crescita, presto gli uffici potranno accedere alla banca dati Alloggiati web della Polizia di Stato: qui tutti gli host che affittano su portali come Airbnb, Booking o Homaway, sono tenuti a comunicare le generalità degli inquilini. L’agenzia delle Entrate, poi, userà queste informazioni per controllare come un “grande fratello” il rispetto degli adempimenti fiscali.

Peccato che in questa banca dati a fine 2018 risultassero appena 195mila appartamenti registrati. Un dato che, se confrontato con le sole statistiche di Airbnb (piattaforma di riferimento, anche se non l’unica, per la gestione di affitti brevi), racconta come molte locazioni turistiche rischino di restare “sconosciute” all’amministrazione finanziaria. A luglio, infatti, erano circa 416mila gli annunci disponibili su Airbnb, capaci di offrire oltre 1,8 milioni di posti letto. Oltre il doppio degli appartamenti registrati su Alloggiati Web.

I numeri di Airbnb

I numeri della società nata nel 2007 a San Francisco , sbarcata in Italia nel 2012, sono forniti al Sole 24 Ore dalla piattaforma onData (si veda l’articolo in basso). «Stiamo facendo molto – afferma Matteo Frigerio, amministratore delegato Airbnb Italia – per sensibilizzazione gli host sulle regole da rispettare. Abbiamo allestito pagine informative e mandiamo email di conferma in cui ricordiamo gli adempimenti necessari. Abbiamo sempre posto grande attenzione alla normativa in materia di pubblica sicurezza sin dal 2016, con un primo accordo con la Prefettura e il Questore di Roma in occasione del Giubileo».

Anche se specializzato nella locazione di alloggi tra privati, Airbnb ricorda che sul portale non tutti sono appartamenti. «Gli annunci sono categorizzati sulla base di semplici criteri di ricerca – aggiunge l’ad – e non di molteplici categorie di cui una piattaforma digitale, diversamente da un’agenzia immobiliare, può avere contezza». Seppur in minima parte, infatti, sulla piattaforma si possono incontrare anche affittacamere gestiti in forma imprenditoriale, bed & breakfast e persino alcune stanze di hotel.

In ogni caso, il confronto tra i numeri di Airbnb e quelli di Alloggiati Web dice molto sulla necessità di regolarizzare un fenomeno ancora sfuggente. Analizzando il dato su base provinciale si scopre che ci sono territori più “in regola”, come Venezia dove sono più di 63mila gli alloggi in possesso di credenziali per denunciare gli inquilini in Questura a fronte di circa 12mila annunci solo su Airbnb (il capoluogo con l’incidenza maggiore su scala nazionale); e province, come Avellino, dove il fenomeno degli affitti brevi è sicuramente più contenuto (418 annunci su Airbnb), ma difficilmente spiega l’assenza totale di appartamenti sul portale degli alloggiati.

Le norme più recenti

Va detto, però che i numeri delle Questure, relativi a fine 2018, potrebbero non registrare l’effetto delle norme più recenti. A dicembre dello scorso anno il decreto sicurezza Dl 113/2018 ha chiarito che gli obblighi di comunicazione previsti dall’articolo 109 del Tulps per i gestori di esercizi ricettivi valgono anche per chi affitta (o subaffitta) «immobili o parti di essi con contratti di durata inferiore a trenta giorni».

Prima sugli affitti brevi si navigava al buio perchè il Dl 79/2012 aveva escluso questo adempimento solo per le locazioni con obbligo di registrazione del contratto, ma non aveva stabilito nulla per quelle sotto 30 giorni. Inoltre, le difficoltà burocratiche possono aver dissuaso o ostacolato molti dal mettersi in regola: a fine marzo, infatti, il ministero dell’Interno – su segnalazione di Confedilizia – ha scritto alle Questure, invitandole ad adeguare i moduli di accesso ad Alloggiati web, ribadendo che l’affitto breve non ha bisogno di autorizzazioni. Capitava, invece, di vedersi di rifiutare il rilascio delle credenziali per mancanza di documentazione.

Si spera, dunque, che molti host siano corsi ai ripari. Perché chi affitta, anche per una sola notte, senza inviare i dati degli ospiti entro 24 ore dall’arrivo rischia l’arresto fino a tre mesi o ammenda fino a 206 euro (articolo 17 del Tulps). «Auspichiamo – conclude Frigerio di Airbnb – che il decreto crescita possa costituire un’occasione di semplificazione amministrativa. Sosteniamo da tempo l’istituzione di un codice identificativo unico nazionale per tutte le forme di ospitalità».

Nel frattempo, come emerge dalla fotografia che onData ha fornito al Sole 24 Ore, la piattaforma di Airbnb è ormai in grado di competere con gli esercizi alberghieri che da soli “cubano” 2,2 milioni di posti letto (dati Istat 2018). L’ospitalità Airbnb, in sintesi, ha raggiunto una capacità ricettiva pari a quasi la metà di quella proposta dal totale delle strutture ricettive (alberghi, bed and breakfast, agriturismi, case vacanze gestite in modo imprenditoriale e così via) che insieme offrono 5,1 milioni di posti letto.

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