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Affitti, aiuti ancora inadeguati dietro il blocco degli sfratti

Il blocco degli sfratti – prolungato fino al prossimo 30 giugno dal Milleproroghe – ha monopolizzato le cronache degli ultimi giorni. Dietro questa misura d’emergenza, però, restano aperte tutte le ferite lasciate dalla pandemia sul fronte abitativo.

Per il ministero dell’Interno, solo nel 2019 ci sono state 100mila richieste di esecuzione e quasi 26mila sfratti eseguiti. Mentre nel 2020, secondo la Giustizia, i procedimenti di convalida definiti sono stati oltre 37mila (si veda l’articolo in basso). Lo stop alle esecuzioni garantisce che nessuno “finisca in strada” in questo periodo. Ma non risolve i problemi di chi non può – e non potrà – sostenere il peso dei canoni, né di chi non trova casa. E lascia in difficoltà anche quei proprietari che dalla locazione ricavano un’entrata rilevante.

Lo stop e gli altri sconti

«Il blocco è incostituzionale e scarica sui proprietari un onere di welfare che toccherebbe allo Stato», dichiara Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia. Pesa, inoltre, la natura indiscriminata dello stop: «La misura interessa morosità incancrenite da anni, sorte ben prima della pandemia, e non valuta la situazione economica del conduttore e del locatore, che spesso ricava dall’affitto la sua unica fonte di sostentamento». Secondo le statistiche delle Finanze, il 68% dei proprietari d’immobili ha un reddito annuo fino a 26mila euro.

Spaziani Testa denuncia anche l’assenza di compensazioni per i locatori colpiti dal blocco: «Grida vendetta non essere intervenuti almeno per alleggerire l’Imu». Più in generale, sono gli effetti “di sistema” a preoccupare: «Così si affossa l’affitto e si indirizzano i locatori a tenere le case libere o a puntare sulla locazione breve, quando ripartirà. Per non parlare del disincentivo agli investimenti».

Pur d’accordo con la proroga, anche i sindacati degli inquilini chiedono un altro tipo di misure. «L’ulteriore sospensione degli sfratti è un atto dovuto di fronte all’emergenza in corso», premette Stefano Chiappelli, segretario generale del Sunia. «Ma questi sei mesi devono essere usati per intervenire in maniera strutturale. Primo: dare la possibilità di rinegoziare il canone tenendo conto della situazione specifica dell’inquilino, e ristorare il proprietario con la riduzione Imu o la cedolare al 10%. Secondo: indirizzare anche le risorse del recovery plan verso un piano di edilizia pubblica e sociale. Terzo: dare un adeguato sostegno all’affitto, con contributi versati direttamente ai proprietari». Sulla scorta di quanto può avvenire per il tax credit sugli affitti commerciali, con il trasferimento del bonus.

Per il 2021 la manovra rifinanzia con 210 milioni il Fondo di sostegno all’affitto e con 50 milioni quello per la morosità incolpevole. «I due strumenti vanno però coordinati – commenta Chiappelli –. E occorre dare un ruolo attivo alle Regioni per favorire l’assegnazione rapida. Non si possono distribuire le risorse con criteri pre-pandemia: sul fondo morosità, ad esempio, ci sono 55 milioni inutilizzati proprio a causa dei requisiti troppo stringenti».

Aiuto limitato per chi taglia il canone

Una misura nuova è il contributo a fondo perduto per i locatori che riducono il canone. Una erogazione fino a 1.200 euro annui, pari al 50% dello “sconto” applicato. Ma valida solo per il 2021, solo nei Comuni ad alta tensione abitativa e per le case che sono abitazione principale dell’inquilino. Oltretutto, per un mancato raccordo tra Dl Ristori e manovra , di questo aiuto esistono due versioni: una riservata ai contratti in essere al 29 ottobre scorso, l’altra generalizzata. Un pasticcio che il Servizio studi del Senato ha già chiesto di risolvere.

«Il contributo a chi riduce i canoni è una misura positiva, anche se le risorse sono pochissime», aggiunge Spaziani Testa. Nei Comuni interessati il canone medio dei nuovi contratti “4+4” nel 2019 è stato di 538 euro al mese. Uno sconto di 200 euro, con un contributo di 100, costerebbe al locatore il 18% del canone. Ma se le richieste fossero molto numerose, l’aiuto verrebbe riproporzionato dalle Entrate. Un’incertezza che non favorirà di certo le rinegoziazioni, considerato che basterebbero 83mila sconti al massimo – su oltre 3,3 milioni di case locate in Italia – per esaurire i fondi.

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