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Affari L’industria dei pagherò non perde (quasi) mai colpi

S e fosse una classifica di un campionato di qualsiasi sport, l’Italia sarebbe in zona retrocessione. E invece si tratta di qualcosa di molto più serio e preoccupante: il nostro paese è tra le tre peggiori nazioni nella speciale classifica dei ritardi nei pagamenti. Non è una novità ma un ulteriore conferma emerge dallo «Studio pagamenti 2014» realizzato da Cribis. Nella ricerca sono stati confrontati ventidue paesi, analizzando le tendenze di pagamento negli ultimi anni, anche in relazione alle dimensioni aziendali e ai principali gruppi merceologici. 
Controlli
Danimarca e Germania registrano i migliori risultati, mentre Polonia, Regno Unito e Portogallo esibiscono performance negative sia nei pagamenti alla scadenza sia in quelli oltre i 30 giorni di ritardo. Uno scenario diverso per l’Italia: il 15,7% delle aziende paga con un ritardo superiore ai 30 giorni mentre c’è un 5,2% di irriducibili che oltrepassa i 90 giorni. «Il confronto europeo mette in evidenza una situazione difficile per il nostro Paese — spiega Paolo Preti, amministratore delegato di Cribis D&B —. Questi dati ci forniscono quindi lo specchio di uno scenario nuovo. I ritardi di pagamento e in generale la rischiosità delle aziende italiane si assestano oggi su un livello più alto rispetto al passato. Anche i dati a marzo 2014 confermano un trend di crescita dei ritardi gravi che hanno raggiunto il 16%. E’ difficile prevedere se questi dati resteranno stabili nei prossimi mesi o se peggioreranno ancora; sicuramente è improbabile una riduzione dei ritardi e del livello medio di rischiosità commerciale del tessuto aziendale».
In realtà però la situazione dei pagamenti tra aziende nel nostro paese non è del tutto deplorevole: perché il 38,9% delle imprese rispetta i termini prestabiliti e il trend risulta in miglioramento rispetto agli anni precedenti. Siamo di fronte a una dicotomia: una fetta consistente di imprenditori paga con regolarità entro i termini e nelle medie europee, poi c’è una consistente minoranza che continua a segnalarsi per la sua lentezza.
«Ci sono però anche dei segnali positivi, benché non a costo zero per le aziende. Negli ultimi anni le imprese hanno messo sempre più il controllo sui pagamenti al centro della propria gestione finanziaria, come uno dei fattori decisivi per rimanere sul mercato, e hanno investito. Molto diffusa anche l’adozione di procedure di recupero dei crediti più tempestive e strutturate».
Il confronto
A livello europeo la situazione resta eterogenea: la Danimarca si conferma la best performer con una percentuale di pagamenti regolari pari all’ 87,6%. Seguono la Germania (75,3%) e la Turchia (54,6%). Belgio, Spagna, Slovenia, Italia e Finlandia mostrano percentuali di pagamento puntuale superiori alla media europea con concentrazioni più ridotte che oscillano fra il 38,1% (Finlandia) e il 46,6% (Belgio). Nella lista dei cattivi Repubblica Ceca e Polonia: hanno le maggiori difficoltà nel rispettare i termini concordati. Il Portogallo esibisce la performance peggiore: solo il 16,5% delle imprese paga regolarmente i propri fornitori.
Per la prima volta lo studio analizza anche sei realtà extra-europee: Stati Uniti, Canada, Messico, Cina, Hong Kong e Taiwan. Le performance di Taiwan e del Messico si confermano positive con percentuali di pagamento puntuale pari, rispettivamente, al 74,5% ed al 56,9%. Lo scenario del Nord America resta piuttosto stabile: il 53,4% delle imprese statunitensi ed il 43,9% di quelle canadesi rispettano i termini concordati. Cina e Hong Kong si collocano agli ultimi posti del ranking extra-europeo del pagamento puntuale con concentrazioni inferiori al 38%.
Infine, Cina e Stati Uniti si contraddistinguono negativamente per i ritardi gravi: oltre il 5% delle imprese paga con un ritardo superiore ai 90 giorni.
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