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Affari. Il made in Italy si è risvegliato. E compra all’estero

Li chiamano «i predatori seriali». Aziende che appena vedono un’opportunità di crescere rilevando un concorrente, conquistando una quota di mercato, allargando la propria gamma di prodotti, ecco quell’occasione non se la fanno scappare. Ma non si fermano lì. Perché le acquisizioni, oltre a realizzarle, bisogna anche saperle far fruttare, essere capaci cioè di integrare culture differenti (e, quasi sempre, anche diffidenti verso chi è diventato il nuovo «padrone»). Il momento più critico.
Sarà forse anche per questo che i «predatori seriali» italiani sono (ancora) pochi. Ma hanno nomi e volti ben definiti e fanno da apripista ha chi ha l’ambizione di crescere e di diventare leader. Escluso l’Eni, tutti gli altri sono imprenditori, i Del Vecchio di Luxottica, i Garavoglia di Campari, le Formiggini-Holland di Amplifon, i Benetton di Autogrill, solo per citarne qualcuno. A capo di quelle che sono chiamate «multinazionali tascabili» (ma alcune di loro la dimensione «tascabile» l’hanno ormai superata da un pezzo) e che, a guardarle da vicino, hanno una caratteristica comune: sono aziende managerializzate . Così Del Vecchio ha delegato la gestione di Luxottica ad Andrea Guerra, Garavoglia a Bob Kunze-Concewitz, Formiggini e Holland (madre e figlia) a Franco Moscetti, i Benetton a Gianmario Tondato Da Ruos.
Un made in Italy che può fare da modello a tutte quelle aziende che finora sono rimaste chiuse nel proprio orticello(la stragrande maggioranza secondo l’ultimo Osservatorio Aub pubblicato da CorrierEconomia ), se non addirittura che hanno ceduto armi e bagagli.
Confini
«Le acquisizioni sono sempre state nel nostro Dna, la strategia di crescita per linee esterne continuerà anche in futuro». Il proposito di Ennio Fontana, patron dell’azienda di famiglia leader mondiale dei bulloni, potrebbe essere fatto proprio anche da decine di altri medi imprenditori italiani che hanno approfittato della gelata interna per allargare i confini del internazionale del loro business.
Si tratta di imprese di eccellenza nel loro settore, non necessariamente con un marchio riconosciuto al largo pubblico ma che avevano già quote di fatturato estero superiori al 60% e la liquidità per crescere per linee esterne. È il caso della bolognese Coesia-Gd (soluzioni industriali) di Isabella Seragnoli che lo scorso anno ha comperato il competitor americano Oystar. Del gruppo di impianti per la grande ristorazione Ali (famiglia Carpigiani) che ha comperato il gruppo Usa del ghiaccio Scotsman Industries. Di Datalogic, leader mondiale dei codici a barre, che ha siglato l’ultima acquisizione in Portogallo pochi mesi fa. O, ancora, della emiliana Ima che pochi mesi fa ha rilevato il 59% della cinese Shanghai Tianyan Pharmaceutical Machinery. Della Comer Industries (meccatronica) del presidente di Federmeccanica Fabio Storchi. Per non parlare della Brembo di Alberto Bombassei. In generale gli imprenditori che in questi anni hanno deciso di fare shopping sono pochi.
Kpmg ha calcolato che negli ultimi tre anni le aziende italiane abbiano messo a segno 195 acquisizioni all’estero per un valore di 9,2 miliardi di euro. Tra le operazioni più rilevanti l’acquisizione dell’olandese Draka da parte di Prysmian (intervista a pagina 3). Per quanto riguarda le destinazioni si continuano a preferire i Paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, anche se «sullo sfondo iniziano a prendere consistenza acquisizioni nei Bric, in particolare Brasile e Cina». A fronte delle 195 operazioni Italia su estero se ne sono registrate, però, 306 dall’estero sull’Italia per un valore complessivo di 38,6 miliardi.
Trend
Poi ci sono, appunto, i predatori seriali. «Il trend emerso negli ultimi tre anni è ben definito — spiega Giuseppe Latorre, partner di Kpmg —. Poche aziende italiane hanno comperato all’estero: i predatori seriali come Campari, Brembo, Eni, Autogrill hanno fatto investimenti molto specifici, ma in generale il Paese ha subito più che essere stato motore di acquisizioni». In controtendenza anche società più piccole e innovative come Amplifon, o i gruppi farmaceutici Menarini, Chiesi e Recordati. Nell’alimentare molti gruppi dotati di brand forti stanno cercando di ampliare il loro giro d’affari comperando distributori: per esempio De Cecco in Russia. In altri casi l’acquisizione è mirata invece anche all’allargamento della base produttiva oltre che allo sviluppo delle vendite: Lavazza ha scelto di crescere in Usa salendo nella Green Roaster Mountain. Granarolo ha comperato la francese Cipf Codipal. Per leggere correttamente i movimenti bisogna anche considerare le acquisizioni di aziende italiane da parte di imprenditori italiani: 549 nel triennio per 36,7 miliardi di euro. Le società made in Italy si muovono ancora molto sul mercato domestico.
«Vediamo operatori chiaramente identificati che continuano a fare acquisizioni e altri che dopo aver completato processi di riorganizzazione interna tornano a guardarsi intorno». Potrebbe essere il caso delle Generali, stando a quanto ha anticipato il ceo del gruppo, Mario Greco. «Oggi si può riaprire una fase di crescita — dice Latorre — anche perché le banche, dopo aver sistemato i loro bilanci, sono più disponibili a sostenere piani di crescita. Le aziende hanno scontato infatti anche il grosso svantaggio competitivo della scarsa liquidità e della scarsa disponibilità delle banche a sostenerle». Due i settori che potrebbero destare sorpresa: meccanica e alimentare.

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