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Affari dal Brasile all’Asia i giornali contro Trump sul conflitto d’interessi

E’ stata la celebre opinionista repubblicana Peggy Noonhan sul Wall Street Journal
a riprendere la voce secondo cui nella sua prima telefonata al presidente argentino Donald Trump avrebbe parlato anche di un suo progetto immobiliare a Buenos Aires. La Noonhan, inorridita, ha dedicato un articolo a tentare di convincere Trump che deve disfarsi della sua azienda.
Cosa che lui non farà mai: non vuole neppure sentir parlare di un “blind trust”. E’ da giorni che il Wall Street Journal lo incalza su quel tema, ivi compreso con un editoriale della direzione: invano.
Il tema sta crescendo nell’attenzione dei media e ieri il New York Times gli ha dedicato una maxi-inchiesta, intitolata: «Un mondo di potenziali conflitti d’interessi per il presidente-immobiliarista».
L’articolo è datato da Manila, capitale delle Filippine, uno dei luoghi dove si segnalano i numerosi affari all’estero di Trump. Altri legami affaristici molto ingombranti e che possono gettare ombre su tutte le sue azioni si diramano in Turchia India e Brasile. In passato erano affiorati altri potenziali problemi – per Trump o il suo entourage – anche in Russia e in Ucraina.
Questo genere di ricostruzione non deve trarre in inganno: il cosiddetto “impero” di Trump è molto piccolo, in proporzione ai veri big del capitalismo americano. L’ultimo numero dell’Economist lo valuta a 4,3 miliardi di dollari (valore patrimoniale, peraltro incerto trattandosi di beni non liquidi ma soprattutto immobili), il che lo colloca nella posizione numero 833 per capitalizzazione fra le aziende americane, o al posto numero 1.925 per il fatturato. Un pigmeo in un’economia di giganti. Non stupisce che Trump abbia voluto esagerare anche il valore della sua azienda – ha spesso parlato di 10 miliardi – mentre un’indagine parallela di Bloomberg l’ha valutata ancora meno dell’Economist, addirittura sotto il miliardo.
Ma non c’è bisogno di essere ricchi quanto Bill Gates o Warren Buffett perché sorgano potenziali conflitti d’interessi. In particolare quelli su cui accende un riflettore l’inchiesta del New York Times: per esempio gli incontri post-elettorali tra i figli di Trump e un palazzinaro filippino, Jose Antonio, che al tempo stesso è un rappresentante personale del presidente Rodrigo Duterte. Ovunque la famiglia Trump abbia degli investimenti edili in paesi stranieri, è evidente la tentazione per i governi esteri di accattivarsi il presidente degli Stati Uniti attraverso favoritismi sulle concessioni edili o sui trattamenti fiscali. Oppure, visto che in Brasile il Trump Hotel di Rio de Janeiro è sotto inchiesta giudiziaria, una condanna in tribunale diventerebbe un incidente diplomatico? Anche per questo il ministro degli Esteri brasiliano José Serra definì una vittoria elettorale di Trump come “un incubo”.
L’ideale sarebbe che lui cedesse l’azienda. Ma si scopre che in America non esiste una legge sul conflitto d’interessi che si applichi al presidente.

Federico Rampini

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