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Adesso Passera abbaia agli evasori

di Stefano Sansonetti 

Ha usato parole dure. Di quelle che, in teoria, sarebbero in grado di mettere qualche paura. «Il nostro impegno per combattere l'evasione fiscale sarà senza pace», ha detto nel week end il ministro di sviluppo e infrastrutture. Peccato che Corrado Passera, da amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, abbia lasciato la sua ex banca sommersa da contestazioni fiscali per la bellezza di 1,6 miliardi di euro.

Un fardello pesantissimo, dal quale l'istituto sta cercando di liberarsi saldando con l'Agenzia delle entrate diversi debiti. Ultima in ordine di tempo, per esempio, è stata la decisione di Ca' de Sass di versare al Fisco la bellezza di 270 milioni di euro per archiviare definitivamente alcune censure che gli uomini di Attilio Befera avevano mosso alla banca in tema di «abuso di diritto».

Insomma, Passera adesso ha deciso di abbaiare agli evasori fiscali. L'uscita, secondo diversi osservatori, va considerata all'interno della complessiva strategia che il ministro dello sviluppo sta coltivando per preparare la sua permanenza nell'agone politico, anche oltre la durata del governo presieduto da Mario Monti. Del resto, di questi tempi, è difficile trovare chi neghi che Passera stia lavorando alle sue ambizioni future. Per far questo, però, l'uscita contro gli evasori fiscali non è sembrata delle più felici, soprattutto se si considerano i rilevanti problemi fiscali che lo stesso ministro, da banchiere, ha dovuto affrontare all'interno di Intesa Sanpaolo. L'ultimo bilancio approvato dal gruppo creditizio, tanto per dare un'indicazione di massima, parlava di centinaia di contenziosi con l'Agenzia delle entrate il cui valore è stato stimato in 1 miliardo e 654 milioni di euro. Un'enormità, la cui parte preponderante, al 31 dicembre 2010, era costituita da 252 pratiche di contenzioso riguardanti direttamente la capogruppo per un totale di 1 miliardo e 40 milioni di euro. Di più, perché all'interno di questa cifra spiccavano addirittura 867 milioni di pretese avanzate dal Fisco a fronte di controversie nuove di zecca insorte proprio nell'anno 2010. Certo, va detto che i documenti contabili di Intesa hanno sempre tenuto a sottolineare che rispetto alla maggior parte delle vertenze la banca riteneva di aver agito correttamente. Particolarmente indigeste, da questo punto di vista, erano risultate due contestazioni: una di 342 milioni per Ires, sanzioni e interessi in riferimento a un'operazione di cessione pro soluto di crediti in sofferenza a favore della Castello Finance srl, posta in essere nel 2005 da Banca Intesa e dall'incorporata Intesa gestione crediti; un'altra di complessivi 377 milioni di euro per Ires, Irap, sanzioni e interessi in riferimento a operazioni di finanza strutturata effettuate nel 2005 e aventi a oggetto azioni di società quotate in Italia. In quest'ultimo caso le Entrate hanno contestato a Intesa un'ipotesi di «abuso di diritto». Si tratta in sostanza di una categoria alla cui costruzione hanno più che altro contribuito le sentenze della Corte di cassazione. Tecnicamente funziona così: quando una società effettua un'operazione lecita, ma soltanto con l'obiettivo di pagare meno tasse, in pratica vuol dire che sta abusando del diritto allo scopo di evitare versamenti al Fisco. La contestazione in oggetto è stata a lungo avversata da Intesa, che alla fine, però, proprio per potersi sbarazzare di tutte le pendenze rientranti nell'«odiata» categoria, ha deciso di pagare agli uomini di Befera qualcosa come 270 milioni.

Ma le traversie fiscali non hanno riguardato solo la capogruppo. Lo stesso ultimo bilancio approvato, infatti, parla anche di 614 milioni di euro pretesi dal Fisco dalle altre società del gruppo, italiane ed estere, incluse nel perimetro di consolidamento. Come si vede il campo di battaglia tra Intesa e Fisco è davvero molto ampio. E si tratta, in buona parte, di pretese avanzate alla banca per il periodo in cui è stata guidata da Passera. Oggi nella veste di ministro e di vessillifero della crociata antievasione.

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