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E adesso la Brexit allontana l’Oceania «Basta essere sudditi di Sua Maestà»

Chi dirà per primo bye bye alla monarchia britannica: i «canguri» australiani o i «kiwi», come sono soprannominati i vicini neozelandesi? Il dibattito sull’opportunità di restare sudditi della Corona inglese è antico in questi Paesi dell’Oceania posti dall’altra parte del globo rispetto a Londra e si riapre puntualmente a ogni cambio politico.

Non stupisce quindi che in vista delle elezioni legislative di sabato nella terra dei Maori, la candidata laburista Jacinda Ardern da convinta repubblicana abbia annunciato di voler aprire — in caso di vittoria — una discussione sull’opportunità di rimanere una monarchia costituzionale ovvero tagliare i ponti con la famiglia reale inglese. «Non è questione della mia visione della monarchia ma del posto della Nuova Zelanda nel mondo e di come ritagliarci il nostro futuro» ha precisato lei in un’intervista al Times di Londra. L’insofferenza verso la Corona è andata crescendo nel Paese dopo la Brexit che rischia di trasformare la Gran Bretagna in una Piccola Bretagna con Scozia e Irlanda del Nord che minacciano la secessione. Quello che è stato uno degli imperi più grandi della storia, rischia, dopo aver detto addio alle sue colonie, di implodere e perdere altri pezzi.

Un processo che potrebbe essere accelerato in caso di vittoria della Ardern. La sfida si giocherà al fotofinish: favorita per settimane, negli ultimi giorni avrebbe perso consensi secondo i sondaggi che la danno in flessione e superata dal suo rivale, il premier uscente Bill English. Un conservatore ma anch’egli repubblicano come ha rivelato lui stesso all’inizio dell’anno commentando i risultati del referendum sulla bandiera neozelandese. La consultazione tenutasi nel marzo 2016 chiedeva ai cittadini se intendessero o meno rimuovere dal vessillo nazionale la Union Jack britannica. E se in un primo tempo era sembrato che i sì avrebbero prevalso, alla fine il 56,6% dei votanti si espresse per il mantenimento dell’attuale bandiera, adottata nel 1902. English deluso dice di aver tratto una lezione dall’esito di questo voto: i cambiamenti costituzionali, dalla bandiera alla forma di governo, non devono essere guidati dai politici, come in quel caso, ma dalla gente.

Anche in Australia il congedo da Londra divide i contendenti. Elezioni previste tra fine 2018 e inizio 2019 (ma c’è il rischio di voto anticipato). Da una parte il premier Malcolm Turnbull resta fedele all’idea di non indire un referendum repubblica-monarchia con Elisabetta II vivente («Sono un repubblicano, ma anche un elisabettiano» ha twittato a luglio, dopo aver incontrato la regina). Dall’altra il leader dell’opposizione, Bill Shorten, ha giurato che in caso di vittoria chiamerà gli australiani a decidere, senza aspettare la morte della regina.

Come già accaduto nel 1999: gli australiani alle urne allora scelsero di rimanere una monarchia costituzionale. Ma oggi andrebbe diversamente: secondo un recente sondaggio, il 51% vorrebbe un capo di Stato australiano; il 38% sarebbe per la monarchia e l’11% indeciso. A favorire il cambiamento, la prospettiva della salita al trono di Carlo (la percentuale pro-repubblica sale al 55%:) e la Brexit. Per dirla con Peter FitzSimons, scrittore, ex giocatore di rugby e presidente dell’Australian Republican Movement: «Un conto è sostenere che dobbiamo essere allineati con la Gran Bretagna, ma come ci si sente a stare con la Piccola Bretagna?».

Alessandra Muglia

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