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«Adesso il Parlamento deve fare la riforma o è inutile che la politica si lamenti delle toghe»

«La delegittimazione della magistratura crea effetti gravissimi, perché significa delegittimare uno dei cardini della democrazia liberale», dice David Ermini, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.

Sarà, ma sono stati comportamenti degli stessi magistrati e dell’organo di autogoverno che lei ora rappresenta a provocare questa delegittimazione.

«E’ vero, e uno degli errori che abbiamo commesso è stato accorgersi troppo tardi di quanto stava montando nell’opinione pubblica la sfiducia verso la categoria; senza distinzioni, che pure esistono, tra i pm che fanno le indagini, i giudici che emettono le sentenze, il Csm e l’Associazione magistrati. Ma tant’è. Con il caso Palamara c’è esplosa tra le mani una bomba, ma la miccia era accesa da molto tempo, e dopo la deflagrazione ci siamo trovati a dover difendere un’istituzione e correggere le storture».

Non sarebbe stato meglio sciogliere subito il Csm evitando lo stillicidio delle dimissioni e dei successivi scandali, dalle chat dello stesso Palamara fino al caso Amara-Storari-Davigo?

«Con quale risultato? Sarebbe stato eletto un nuovo Csm con le vecchie regole e gli stessi meccanismi, congelando e riproponendo la situazione che ha prodotto la crisi in cui ci siamo trovati. Invece abbiamo avviato un periodo di transizione che è servito alla magistratura per rimettersi in discussione, anche qui dentro. La svolta può arrivare da due fronti: da un lato il cambiamento morale e culturale, dall’altro le riforme; noi abbiamo imboccato la prima strada, la seconda tocca al Parlamento».

Che cosa avete fatto in concreto, per il cambiamento morale e culturale?

«Abbiamo cercato di compiere scelte al di fuori del sistema delle correnti e del carrierismo, promuovendo una mentalità che non sia ancorata solo alle domande per avere posti diversi da quello in cui si lavora e ad ottenere per forza incarichi direttivi o di rilievo. Abbiamo fatto nomine importanti seguendo criteri nuovi, celebrato procedimenti disciplinari e di incompatibilità ambientale più numerosi che in passato, insieme a tante altre attività poco note all’esterno ma fondamentali per il lavoro degli uffici giudiziari».

Però avete pure subito bocciature dalla giustizia amministrativa per nomine di peso, come quella del procuratore di Roma, che hanno contribuito ad offuscare l’immagine del Consiglio.

«Sulla vicenda di Roma attendiamo l’esito di tutti i ricorsi ancora in atto, poi torneremo a valutare la situazione. In generale io non mi permetto di sindacare le decisioni del Tar e del Consiglio di Stato, però credo che tra le riforme costituzionali sarebbe opportuno inserire l’affidamento a un’Alta corte sia del procedimento disciplinare che di quello sulle impugnazioni dei nostri provvedimenti. Bisogna salvaguardare la discrezionalità delle scelte dell’organo di autogoverno fatte tenendo conto dei contesti ambientali anche con riferimento alle peculiarità dell’ufficio. Se ne fanno anche di sbagliate, ci mancherebbe, ma ne rivendico la discrezionalità. Faccio anche notare che seguendo le indicazioni del Tar avremmo dovuto nominare a capo dell’ufficio gip di Bari il dottor De Benedictis, giudice recentemente arrestato per gravi accuse. Ciò non per responsabilità del giudice amministrativo, ma perché non dispone di tutte le informazioni in possesso solo del Consiglio».

Sul caso Palamara c’è chi pensa che la sua radiazione con un processo-lampo sia stato un modo per fingere di risolvere il problema, senza procedere oltre.

«Non è vero. A quel processo non ho partecipato e non posso parlarne, ma ce ne sono in corso molti altri, così come le procedure per incompatibilità ambientale. Del resto la giustizia disciplinare dei magistrati è l’unica totalmente trasparente, le udienze si svolgono in diretta radiofonica salvo casi particolari, quale altra categoria si muove con queste regole? In ogni caso, ripeto, le degenerazioni delle correnti e del carrierismo sono esplose in questa consiliatura ma vengono da lontano. Per questo dico che noi siamo un Consiglio di transizione in attesa delle riforme, che però spettano al Parlamento».

Qual è a suo parere la più urgente?

«Quella del Csm è improcrastinabile, tra un anno bisognerà rinnovarlo e sarebbe impensabile andare al voto senza cambiare la legge elettorale che è la principale causa dei condizionamenti correntizi. La ministra Cartabia sta facendo un grande lavoro in questo campo, la commissione da lei nominata ha fatto le sue proposte e ora vediamo che cosa uscirà, così come sulle riforme del processo penale e civile. C’è l’impegno a concludere l’iter entro la fine dell’anno, e dev’essere rispettato».

Lei, come i suoi predecessori, è stato eletto vicepresidente dal «sistema delle correnti». Spera di essere l’ultimo scelto con quel metodo?

«Premesso che è la stessa Costituzione a prevedere che la scelta del vicepresidente sia frutto di un accordo tra magistratura e politica, visto che dev’essere nominato un “laico” eletto dal Parlamento dalla maggioranza dei componenti togati eletti dai magistrati, condivido l’ipotesi di modificare la Costituzione affidando la scelta al capo dello Stato che presiede il Csm, purché avvenga tra i consiglieri individuati dal Parlamento».

Ha fiducia che il Parlamento faccia le necessarie riforme sulla giustizia?

«Deve farle, altrimenti è inutile lamentarsi della crisi di credibilità della magistratura. Le riforme rappresentano l’altra strada obbligata per restituire ai cittadini un po’ di fiducia nell’istituzione. Faccio un appello al Parlamento perché segua la via indicata dal presidente Mattarella e dalla ministra Cartabia, mettendo da parte le divisioni e trovando le intese necessarie a riforme condivise. La giustizia non dovrebbe essere più argomento da campagna elettorale».

Pare che stia per avvenire il contrario, con la campagna referendaria promossa da Lega e radicali. Lei è favorevole o contrario?

«Ritengo che un lavoro parlamentare fatto con la seria intenzione di varare buone riforme sia più rapido ed efficace del percorso referendario, che inevitabilmente dividerebbe il Paese. Se c’è la volontà le soluzioni condivise si trovano, anche sui temi più divisivi».

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