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Adecco batte Eni, Poste e Ferrovie. È il primo datore di lavoro in Italia

L’andamento a singhiozzo dell’economia. I cicli produttivi da parte delle imprese molto più corti rispetto al passato. La conseguenza di una maggiore flessibilità della domanda di addetti: Adecco oggi è il primo datore di lavoro del Paese. Con i suoi 165mila contratti di lavoro avviati nel 2015 intermedia circa il 30% dei rapporti in somministrazione da parte delle agenzie per il lavoro. La multinazionale svizzera, quotata a Zurigo, ha messo la freccia. Sorpassando anche Poste Italiane, da anni in testa alle classifiche della forza lavoro, nonostante una lieve riduzione di taglia derivante dalla chiusura di filiali e da un riposizionamento sul settore della corrispondenza. Più del doppio dei dipendenti dell’Eni, che ha diverse attività all’estero. Più del triplo di Telecom Italia, Enel e Ferrovie dello Stato. Quasi quattro volte la forza lavoro di Finmeccanica.

Il dato suggerisce un cambiamento epocale nel mercato del lavoro. Repentino. Avvenuto in questi ultimi 15 anni. È un numero in realtà che allinea l’Italia agli altri Paesi europei dove le multinazionali del personale avevano acquisito peso specifico con qualche anno di anticipo.

In filigrana potremmo persino affermare che si tratta di un dato destinato a crescere nel tempo. Soprattutto perché i contratti di lavoro in somministrazione sono appena l’1,5% del totale. E quindi — complice la Grande Crisi e una riforma del lavoro che ha accelerato sul fronte della flessibilità in uscita — non è prematuro ipotizzare che Adecco continui a crescere la sua capacità di intermediazione, accompagnata da un aumento di contratti da parte delle concorrenti Manpower, Gi Group, Randstad, Openjob Metis. L’altro elemento interessante è che Adecco nel 2015 «ha stabilizzato a tempo indeterminato (con la disciplina del Jobs Act, ndr ) 5mila persone», rileva Andrea Malacrida, amministratore delegato di Adecco Italia. Per gli altri 160mila contratti la casistica li ricomprende in forme di natura temporanea. In cui le cessazioni sono contemplate e rientrano in quello che gli addetti ai lavori chiamano politiche attive. D’altronde le imprese committenti riconoscono alle agenzie del lavoro una commissione che consente a queste ultime di lavorare anche sul fronte della formazione per ricalibrare le competenze in base alle esigenze mutevoli del mercato. Ecco perché il modello dovrebbe servire anche su scala nazionale grazie all’attività di coordinamento dell’Anpal guidata da Maurizio Del Conte. L’agenzia nazionale per le politiche attive è la seconda gamba del Jobs Act, la fase 2 fondamentale per riconvertire il lavoratore uscito dal ciclo produttivo motivandolo a rientrare. «Siamo in attesa della nomina del terzo componente del consiglio dell’Anpal espressione della conferenza Stato-regioni — osserva Filippo Taddei, responsabile economico del Pd —. Arriverà all’inizio della prossima settimana. Poi partiremo». L’obiettivo è replicare il modello Trentino.

Fabio Savelli

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