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Addio Telco, Telecom public company

Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Generali hanno chiesto ieri la scissione di Telco, formalizzando così nel primo giorno utile delle finestra contrattuale (che si chiude a fine mese) l’archiviazione della finanziaria e del patto parasociale che finora ha «blindato» il 22,4% di Telecom Italia. A questo punto mancano le autorizzazioni dalle autorità competenti perché l’operazione venga definita e le partecipazioni dirette in Telecom Italia siano attribuite agli ex partecipanti all’accordo. La tempistica potrebbe però non essere breve visto che è richiesto anche un «passaggio» in Brasile. 
Una volta tramontata Telco, l’azionariato di Telecom Italia vedrà come primo socio la spagnola Telefonica con il 14,8%, seguita dalla Findim della famiglia Fossati con il 4,9%, BlackRock che secondo le ultime indicazioni disponibili dovrebbe avere in portafoglio fra i vari fondi il 4,8%, Generali con il 4,3% e i due istituti, Mediobanca e Intesa Sanpaolo, con l’1,6% a testa. Una struttura dunque più simile a quella di una public company, soprattutto pensando che oltre il 50% del capitale è detenuto complessivamente da investitori istituzionali internazionali che nel corso delle ultime due assemblee hanno dimostrato una grande attenzione alle scelte di governance. In particolare in occasione del rinnovo del consiglio in aprile il voto massiccio a favore della lista di Assogestioni si è tradotto in un ribaltone, al quale ha dato il contributo decisivo a sorpresa l’allineamento di Fossati con i fondi. Uno scenario di maggioranze prestabilite appare dunque al momento difficile da tracciare. Ed è un quadro di cui Telefonica dovrà tener conto.
Finisce qui, con le richieste di scissione, la «storia» della finanziaria fondata nel 2007 in occasione del passaggio alla cordata costituita da Telefonica, Generali, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Sintonia (Benetton) del 23% circa di Telecom attraverso l’acquisto di Olimpia, la società con la quale Pirelli ed Edizione (Benetton) avevano rilevato nel 2001 la quota da Bell.
Un esito scontato da circa un anno. Nel giugno scorso Mediobanca, in occasione della presentazione del piano strategico, aveva annunciato il disimpegno. E nel settembre 2013 i soci di Telco hanno raggiunto un accordo in base al quale Telefonica è salita al 66% e gli azionisti italiani hanno ridotto le partecipazioni a quelle attuali, pari al 19,32% per Generali e al 7,34% sia per Piazzetta Cuccia sia per Intesa. Ieri Mediobanca nel comunicato sulla scissione ha sottolineato che da quel riassetto, che ha significato l’avvio dell’uscita da Telco, il titolo del gruppo telefonico ha registrato un incremento del 65%, contro il 13% del settore europeo e il 23% di Piazza Affari (ieri l’azione, che giovedì era tornata sopra quota un euro, ha ceduto il 4,2% a 96 centesimi). L’istituto guidato da Alberto Nagel ha poi ricordato che «l’operazione si inquadra nel più ampio processo di riduzione dell’esposizione al comparto azionario, parte integrante delle linee guida» del business plan.
Nel rendere note le decisioni Mediobanca e Intesa hanno indicato le plusvalenze implicite alle quotazioni attuali, pari rispettivamente a 110 e 35 milioni, e un centinaio di milioni è stimabile anche per Generali. Per tutti però la storia in Telecom si chiude con un bilancio contabile ben diverso, visto che il titolo è stato in questi anni più volte svalutato.

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