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Addio amaro di Mister Eurogruppo: «Troppe ingerenze franco-tedesche»

BRUXELLES – Lo aveva detto anche un paio di mesi fa, durante un’intervista al Corriere della Sera: «Il mio mandato sta per scadere, è un percorso naturale…». Ma il modo in cui ieri Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, ha annunciato la sua partenza a giugno da uno dei vertici finanziari e politici più potenti d’Europa, non ha avuto nulla di scontato: avrebbe deciso di lasciare per la scadenza del mandato sì, ma anche perché «stanco» delle ingerenze franco-tedesche nella gestione della crisi, perché Parigi e Berlino «si comportano come se fossero i soli membri del gruppo». E perché non tutte le regole Ue vanno bene per tutti i Paesi, «con l’uniformazione delle regole distruggiamo l’Europa». Inoltre, per Juncker l’Ue è «guidata da leader pragmatici e senza ingegno».
Tutto ciò, Juncker l’ha detto ad Amburgo, durante una conferenza con alcuni giornalisti secondo due agenzie di stampa, o in un’intervista al giornale Der Spiegel, secondo altre fonti: le prime versioni giunte a tarda sera non sono chiarissime. Chiarissima sarebbe invece, se confermata, la «bomba» politica innescata da quelle parole: perché Juncker è sempre stato considerato il nocchiero attento delle politiche tedesche e francesi all’interno dell’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari dell’Eurozona che veglia sulle sorti della moneta comune. Non è mai stato del tutto acritico, appiattito, ma neppure ha mai manifestato segni di ribellione, forse anche per il suo carattere calmo e riservato, verso le elucubrazioni sul «fiscal compact» o le ambizioni geopolitiche di Sarkozy su metà del continente. Chi lo conosce meglio, racconta piuttosto di un suo disagio crescente di fronte allo sgomitare dei «grandi» calamitati dall’avvitarsi della crisi. Ma certo, la «bomba» avrà effetto anche perché quelle parole contro Parigi e Berlino riconfermeranno nella loro irritazione e diffidenza tutti coloro che hanno sofferto il peso del duo «Merkozy»; e forse, domani, l’irruenza gallica di un François Hollande.
C’è un altro particolare strano, però, in questo addio dai toni quasi drammatici: quel Juncker che tanto critica le «ingerenze franco-tedesche» poi indica come suo migliore successore proprio il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble, cioè l’esecutore più ortodosso delle politiche merkeliane: lo definisce «un buon candidato alla successione» anche se ce ne sono altri, dice che lo «appoggerà in pieno», perché Schäuble «ha requisiti eccezionali per un ruolo che richiede una grande capacità di ascoltare gli altri».
Certo, chiunque prenda il suo posto, l’Eurozona senza Juncker non sarà più la stessa: 57 anni, Primo ministro del Lussemburgo, era ed è il capo di governo di più antica nomina in tutta la Ue, ma anche il capo di governo democraticamente eletto da più a lungo in carica in tutto il mondo. Al vertice dell’Eurogruppo siede dal 2005. Nella sua carica, si è sempre trovato a far da mediatore fra personalità non facili e certo non timide: e, periodicamente, a confrontarsi con realtà esterne ancor più potenti, come la Banca centrale europea o il Fondo monetario internazionale. Da Juncker, tutti si attendevano una parola di sintesi, alla fine dei duelli politici. Lui ha raramente deluso, e raramente quella sua sintesi era troppo lontana dalle riflessioni che si compivano a Berlino o a Parigi: come del resto accadeva e accade a qualunque leader europeo, da 50 anni a questa parte.

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