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Addio alla galassia, venti miliardi in cassa

Eravamo partiti dalle strategie del salotto buono della finanza. Siamo arrivati alle tattiche delle squadre di calcio. Non che la Roma sia meno che Maggica , ma la parabola della finanza italiana dal 1999 a oggi è un po’ questa. Allora c’era via Filodrammatici con i propri riti e le celebrazioni, soprattutto con l’intento di essere cassa di compensazione tra le ambizioni delle private debolezze e le arroganze del pubblico. Un’Italia industriale, prima che finanziaria. L’attuale Piazzetta Cuccia sarebbe arrivata solo molto dopo. 
L’estate scorsa c’è stato invece Formello, il quartier generale dei giallorossi e il mercato della Roma calcio, con il definitivo passaggio di mano del 31 per cento della società sportiva dall’Unicredit a James Pallotta, in cambio di 33 milioni di euro. Sono i due punti che delimitano una parabola, quella del capitalismo di relazione, che semplicemente non c’è più.
Punti fermi
Ha avuto occasione di ricordarlo Ennio Doris, il socio di Silvio Berlusconi, fondatore di Mediolanum, sottolineando come le relazioni interpersonali siano alla base stessa del capitalismo, come lo è la fiducia. Ma se ognuno continuerà a fare affari con chi conosce e con i partner di cui si fida, quel mondo intensamente correlato da partecipazioni azionarie incrociate semplicemente non esiste più. Un po’ per ragioni anagrafiche, un po’ per ragioni normative.
Le regole di oggi impediscono la duplicazione delle funzioni. La governance , dopo almeno un decennio di fitto dibattito, è diventata argomento strategico e incidente. Il controllo a cascata, le scatole cinesi, i domini societari basati su pacchetti di azioni da prefisso telefonico, appartengono al passato. Dal 1999 a oggi non sono cambiati solo i protagonisti e la moneta (sul tavolo c’era la lira, allora…) ma anche la struttura stessa del capitalismo italiano.
Sono passati di mano pacchetti di azioni per circa 40 mila miliardi di lire, ovvero 20 miliardi di euro. E non è finita. Mediobanca, da sola, ha dismesso partecipazioni per circa 5 miliardi di euro. Le Assicurazioni Generali, da quando sulla plancia di comando è arrivato Mario Greco, poco più di due anni fa, hanno realizzato cessioni per 3,7 miliardi.
Mosse leonine
Il Leone di Trieste ha lasciato Pirelli, è scesa in Rcs Mediagroup (che edita questo giornale) e in Intesa Sanpaolo, ha venduto le partecipazioni negli Stati Uniti e in Messico (solo da queste nel corso del 2013 ha intascato più di 1,2 miliardi di euro), mentre nel luglio scorso ha ceduto ai brasiliani di Btg Pactual la controllata svizzera Bsi, basata a Lugano (è la vecchia Banca della Svizzera Italiana, poi trasformata in una boutique della consulenza finanziaria molto apprezzata in Oriente), ricavandone 1,24 miliardi di euro. La cessione di Bsi ha portato Generali a raggiungere i target di solidità richiesti da Solvency 1 con oltre un anno di anticipo, ma non è nella solidità aziendale che va cercata la ratio di questa operazione. Greco vuole che le Generali facciano polizze, non che si occupino di consulenza nel mondo del credito e reclama una maggior focalizzazione sul core business . Ecco allora le cessioni.
È un’onda lunga, sulla quale Mario Greco, Alberto Nagel di Mediobanca, Federico Ghizzoni di Unicredit e Carlo Messina di Intesa Sanpaolo, cercano di surfare . Focus sul core business e no frills, please .
Lo impone la crisi, le regole di Solvency e quelle di Basilea 1, 2 e 3. Messina, da quando è a capo dell’istituto di credito che più di ogni altro integrava i disegni della Mediobanca old style , ha annunciato una vera e propria rivoluzione.
Nel piano industriale di Intesa Sanpaolo viene infatti indicato come obiettivo da raggiungere entro il 2017 la cessione dell’intero stock di partecipazioni azionarie per un controvalore presunto di circa 2 miliardi di euro, che si andranno ad aggiungere a quanto già è stato fatto in questa direzione, dall’uscita dalle Assicurazioni Generali, alla vendita di Pirelli, dalla cessione della quota nel London Stock Exchange (derivata dalla precedente partecipazione in Borsa Italiana Spa), fino ad alcune partecipazioni estere, in Cina (l’assicurazione Union Life di cui si possedeva il 19,9 per cento) e in Ucraina, dove Cà de Sass ha trovato un accordo per cedere la totalità di Pravex Bank, in cambio di 74 milioni di euro e sta attendendo il via libera dalle autorità ucraine di controllo.
Passato remoto
Scorrendo la tabella di queste pagine, riaffiora un mondo che non può più esistere. La holding di partecipazioni che tirava i fili in casa Fiat e si faceva sentire in Commerzbank, che finanziava Unicredit e per vie indirette Telecom Italia, che lavorava con Intesa e guardava dall’interno i conti di Pininfarina e di Mediolanum e analizzava le polizze del gruppo FondiariaSai, che lei stessa aveva messo in mano alla famiglia Ligresti, ha lasciato spazio al credito al consumo e a CheBanca!, si confronta quotidianamente con i mercati, conta le azioni, ha smesso di pesarle. Non poteva essere diversamente. È l’epoca del capitalismo liquido, trasversale e transfrontaliero. L’arrocco è ritornato ad essere una mossa degli scacchi, peraltro da giocare con parsimonia.
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