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Addio al nucleare, sorrisi francesi

di Stefano Agnoli

In qualsiasi modo finisca, questa volta non sarà come nel 1987. Il risultato del referendum nucleare, in fondo, è già scritto. Anche se non si raggiungesse il quorum , anche se gli italiani decidessero di non archiviare la pratica nucleare, il progetto lanciato nel 2008 dal governo Berlusconi resterebbe di fatto congelato. Di più: ibernato sulla scia del dopo-Fukushima e delle decisioni europee sulla sicurezza e gli stress test per le centrali. Paradossalmente, però, l’inazione italiana di tutti questi anni potrebbe addirittura tradursi in un vantaggio competitivo di sistema, visto che la Germania di frau Merkel, dopo la decisione di uscire dall’atomo, appesantirà non poco i costi energetici della propria industria manifatturiera. Miliardi al vento La differenza tra il 10 novembre 1987 («Stravince il sì, ma molti non hanno votato» , titolò il Corriere della Sera) e il 14 giugno 2011 sarà nelle cose. Allora ci si ritrovò con quattro reattori da smaltire e 5 mila miliardi di lire buttati al vento a Montalto di Castro, che fu abbattuta e ricostruita quasi da zero. Oggi, invece, l’Enel di Fulvio Conti e le altre imprese non saranno colte in mezzo a nessun guado. Sono state prudenti, e al massimo subiranno danni limitati, qualche sbucciatura qua e L à come nel caso della joint-venture con i francesi di Edf, la Sviluppo nucleare Italia, che dirotterà la sua attività nella ricerca. Gli uomini dell’Enel, tutto sommato, in queste ultime settimane si sono preoccupati di più delle loro attività nucleari europee. In Francia, dove le intese con Edf proseguiranno sulla centrale di Flamanville e sul progetto di Penly. In Slovacchia, dove il cantiere di Mochovce va avanti. Con qualche preoccupazione in più in Spagna, dove la sensibilità rimane elevata e Endesa lavora in consorzi con le altre aziende iberiche. Anche in Italia il momento è delicato, è vero, e venuta meno l’opzione nucleare il sistema energetico si trova esposto alle incertezze di una fase di transizione. Ma, in sostanza, per l’Enel si tratterà di rispolverare i «vecchi» progetti relativi al carbone. Consiglio di Stato permettendo, come si è visto nel caso della riconversione di Porto Tolle avviata già dal 2005. Ma non sono solo la overcapacity nelle centrali elettriche a gas e gli sviluppi per ora imprevedibili nelle rinnovabili a richiedere un riequilibrio del mix produttivo verso il carbone, come sostengono all’Enel. Rischio import Il sommovimento europeo del dopo-Fukushima sta cambiando un po’ di carte in tavola anche sul fronte dell’ import di energia elettrica, ovvero dei flussi futuri tra Stati. Un tema sensibile per l’Italia post-referendaria, che acquista dalla Francia e dalla Svizzera il 14 per cento della propria elettricità. Se la Germania dovrà sostituire 20 mila megawatt di potenza di base, e se anche la Svizzera intende uscire dal nucleare, si potrebbero aprire vuoti da colmare con le importazioni. L’Italia (45 mila megawattora su consumi annuali per 320 mila) ha già il rubinetto al massimo, ma potrebbe trovarsi in difficoltà a mantenere quei livelli. Anche in questo caso gioca il paradosso: per la propria elettricità i Paesi europei che hanno deciso di uscire dal nucleare, e l’Italia che non ci entrerà, dipenderanno sempre di più dalla Francia, superpotenza elettronucleare. «I veri vincitori saranno proprio i francesi» , dice qualcuno ai piani alti di viale Regina Margherita, a Roma. Il ruolo di Parigi Edf e la Francia, c’è da scommetterci, passeranno senza danni gli stress test sulla propria flotta di centrali. Continueranno a cedere a basso prezzo l’energia alle aziende nazionali e non subiranno contraccolpi per l’aumento dei costi della CO2 che la Germania e gli orfani dell’atomo dovranno sopportare. Berlino, che sulla forza dell’export ha costruito la ripresa economica e la fortuna del suo Pil, risentirà sicuramente del futuro aumento dei costi energetici legato all’addio al nucleare e all'accelerazione sulle costose fonti rinnovabili. In che misura, al momento, non è dato saper. Malgrado la sua aurea indecisione energetica il sistema produttivo italiano potrebbe ricavare un vantaggio, visto che il differenziale con i costi tedeschi si ridurrebbe: alla borsa elettrica il divario tra il megawattora di Roma e quello di Berlino e Parigi lo scorso aprile era di 15 euro, da 65 a circa 50. Tutto ciò, però, solo in teoria: in giro per il mondo ci sono altri agguerriti concorrenti, dalla Cina in giù, pronti ad approfittare dei passi falsi degli improvvidi europei.

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