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Addio al fallimento, arriva la gestione unitaria della crisi

Entro i prossimi due anni la legge fallimentare del 1942 sarà archiviata ovvero, meglio, mandata in pensione. Un riposo non anticipato o inaspettato, se si pensa, infatti, che di riforma organica del fallimento se ne discute già da decenni e che la legge che si occupa dell’insolvenza delle imprese ha fatto il suo onorato corso, seppure con innumerevoli interventi e modifiche legislative durante gli oltre 75 anni di servizio.

Di sicuro, però, la riforma sarà una vera rivoluzione sia del diritto della crisi d’impresa sia delle abitudini comportamentali dei professionisti e dei soggetti che si occupano di governare e controllare le imprese.

Le novità verranno introdotte solo con i decreti delegati dal ddl che il Consiglio dei ministri (Cdm) del 10 febbraio u.s. ha approvato in via definitiva.

Si tratta del disegno di legge delega recante la «delega al governo per la riforma organica delle discipline della crisi di impresa e dell’insolvenza» predisposto dalla Commissione ministeriale istituita dal ministro Andrea Orlando il 24 febbraio 2015, presieduta da presidente aggiunto della Corte di cassazione, Renato Rordorf (c.d.Commissione Rordorf).

Bisogna dare atto che il presidente Rordorf è riuscito a mettere d’accordo un’assai ampia commissione di esperti e con abilità di mediatore, superando le resistenze anche sull’amministrazione straordinaria emerse in commissione, ha potuto consegnare al governo, nei termini concessi dalla nomina, un articolato che ora può essere esaminato dal parlamento.

Come dichiarato dalla relazione di accompagnamento al ddl, il progetto muove dalla considerazione che è divenuta ormai indifferibile una riforma organica dell’intera materia dell’insolvenza e delle procedure concorsuali ad essa relative, anche per essere al passo degli altri Stati dell’Unione europea che si sono dotati di normative sull’insolvenza ben più recenti, nonché adeguarsi alla raccomandazione n. 2014/135/Ue, oltre che dalla recente emanazione del novellato regolamento europeo sull’insolvenza transfrontaliera (regolamento Ue 15414/15).

Dunque i principi enunciati dal ddl stravolgono innanzitutto il vecchio fallimento che viene rottamato perdendo non solo il nome ma anche il concetto di procedura sanzionatoria per eccellenza e che diventa una procedura di liquidazione giudiziale, cosicché anche il nome si dovrà adeguare alla predetta dizione o chiamarsi semplicemente procedura dell’insolvenza.

Non cambierà, invece, il nome del curatore, benché non sarà più un curatore fallimentare.

Il ruolo sarà simile a quello attuale, più moderno e adeguato alle novità previste dalla delega ma anche con maggiori attitudini e professionalità.

E infatti la riforma prevede di istituire un albo ad hoc dove vengano iscritti i soggetti dotati di appositi requisiti.

Il ddl esplicita altresì che dovranno essere previsti i motivi di incompatibilità alla nomina di curatore dei soggetti che hanno svolto altri incarichi assunti nel succedersi delle procedure per evitare possibili conflitti.

Il ddl prevede che il futuro diritto della crisi dell’impresa e dell’insolvenza sia uniformato attraverso un unico procedimento di accertamento della crisi per tutte le diverse procedure e quindi volto a fare emergere le difficoltà dell’impresa e dare avvio a quella più idonea secondo caratteristiche soggettive ed oggettive.

Il debitore, tuttavia, dovrà fare i conti con un procedimento di emersione della crisi assai più celere, con obbligo degli organi di controllo e degli enti gestori della riscossione dei crediti erariali e previdenziali di dare notizia di persistetti situazioni di inadempimento.

Al fine di assicurare la riservatezza della fase di emersione della crisi, gli introducendi istituti di allerta saranno gestiti tramite intervento degli organismi di composizione della crisi previsti dalla legge 3/2012.

Una apposita sezione si occuperà di ricevere le segnalazioni di allerta e il debitore dovrà essere convocato e dimostrare entro sei mesi di avere attuato idonee misure di superamento delle difficoltà.

Diversamente, l’organismo di composizione della crisi dovrà dare notizia all’organo giudiziario competente per l’avvio dell’accertamento dei presupposti per l’apertura di una procedura giudiziale, pur agevolando sempre la continuità aziendale ancora tramite un concordato in continuità.

Infatti la delega prevede di abbandonare l’idea di permettere soluzioni liquidatorie.

Insomma, entro 24 mesi gli imprenditori e gli organi di controllo dovranno pensare che la crisi non permetterà più ritardi e finalmente gli strumenti oggi alternativi al fallimento e domani alternativi alla liquidazione giudiziale dovranno essere utilizzati in maniera molto anticipata e quando il patrimonio aziendale non è stato ancora perduto.

La delega, per altro, aumenta le responsabilità degli amministratori, dell’imprenditore e degli organi di controllo, poiché si prevede anche di modificare le disposizioni del codice civile introducendo l’obbligo di approntare idonei assetti organizzativi per il controllo e l’emersione della crisi d’impresa, andando ad aumentare le responsabilità che già oggi l’art. 2381 c.c. prevede e l’art. 2403 c.c. prevedono in tema di assetti organizzativi.

Sul punto, la vera novità è l’art. 13, lett b) del ddl che stabilisce il dovere di rilevazione tempestiva della crisi e della perdita della continuità aziendale anche all’imprenditore individuale e che esercita in forma diversa dalle società di capitali.

Il ddl approvato va inoltre nell’indirizzo di aumentare i poteri del curatore nell’esercizio delle azioni di responsabilità verso tutti i responsabili della crisi e di permettere l’esercizio delle azioni che oggi a causa di uno scarso coordinamento del diritto fallimentare con le norme del codice civile non risultano esperibili o facilmente esperibili.

Una nota dolente è però ancora la non coraggiosa definizione di crisi e insolvenza, in quanto la scelta della commissione Rordorf al fine di permettere al terzo di proporre il concordato ha scelto di tenere sempre la definizione di crisi attigua al rischio di insolvenza. Solo con la presenza dell’insolvenza è infatti possibile permettere l’intervento dei terzi, diversamente si sarebbe in presenza di un tentativo di espropriazione dell’azienda al debitore in difficoltà.

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