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Addio ad Aleotti, vinse la battaglia per brevettare i farmaci italiani

Quando cinquant’anni fa ne ha preso le redini, la Menarini era un’azienda familiare con 188 dipendenti, 352esima nella classifica italiana dell’industria farmaceutica. Oggi è la prima nostra multinazionale del settore con 16.600 occupati e 3,2 miliardi di fatturato. E mentre trasformava una piccola impresa domestica in un gruppo che opera in 100 paesi, imparava non più giovane l’inglese ascoltando corsi su corsi alle cuffie quando era al vogatore. Un piccolo particolare che descrive bene il carattere tenace di Alberto Sergio Aleotti, l’industriale nato a Quattro Castella di Reggio Emilia il 4 marzo 1923, e morto ieri mattina a Firenze.
Un percorso, il suo, per certi versi classico dell’imprenditore italiano che ha costruito dal nulla la sua fortuna. Ma che presenta alcune passaggi capaci di rendere peculiare la sua carriera. Le origini povere e la morte del padre quando aveva otto anni non hanno frenato gli studi. E ancora prima di concludere l’università comincia a lavorare presso l’azienda municipalizzata reggiana Farmacie comunali riunite. Poco dopo la laurea (a Bologna) viene promosso direttore generale. Un avvio nel pubblico già non proprio consueto per tempi ed età che diventa un caso-scuola quando, grazie ai profitti generati dall’azienda sotto la sua guida, il Comune di Reggio Emilia anticipa il servizio sanitario nazionale fornendo assistenza farmaceutica gratuita a 20 mila poveri. Aleotti è un esperto nella costituzione di farmacie comunali e viene chiamato in varie città: a Milano, Bologna e infine a Firenze dal sindaco Giorgio La Pira.
Il suo nome non sfugge alle imprese del settore. Fra le offerte sceglie quella di Mario Menarini, che gli affida la direzione dell’azienda. Anche in questo caso si tratta di un capitolo originale: la famiglia Menarini avvia un progressivo disimpegno e Aleotti trasforma l’impresa puntando sulla internazionalizzazione e costituendo una base solida di Ricerca & sviluppo. La scalata nella graduatoria del settore, che vede peraltro parecchie società passare a gruppi esteri, è rapida. Aleotti la realizza senza mai abbandonare origini e radici. Racconta con affetto il direttore generale Domenico Simone, chiamato dall’imprenditore in azienda nel 1968: al tavolo di una trattativa importante con un interlocutore internazionale, che conosce però bene l’italiano, Aleotti affina una parte delicata del contratto con un suo collaboratore… parlando in dialetto emiliano.
La sua capacità di «visione», sottolinea sempre Simone, porta l’imprenditore a promuovere la battaglia per il brevetto sui farmaci, che lo vede anche in prima fila nella promozione di quattro disegni di legge, tutti però fermati. Sarà la Corte Costituzionale a consegnargli la vittoria con la sentenza che nel 1978 ha bocciato il divieto di brevetto nel settore. Il successo lo porta alla presidenza di Farmindustria. Anche la sua vita associativa sarà fuori dal comune: nel ‘92 viene nominato presidente della Federazione mondiale, carica che finora è stato il solo italiano a «conquistare».
La Menarini cresce e diventa di proprietà degli Aleotti. I figli, Lucia e Alberto Giovanni, entrano in azienda rispettivamente nel ‘92 e ‘97. Alberto (che negli anni è coinvolto anche in alcune vicende giudiziarie) e i «ragazzi» seguono da vicino le strategie mentre la gestione operativa viene affidata per la parte industriale a Simone, mentre di finanza e amministrazione si occupa l’altro direttore generale, Pietro Corsa. Nel 2011 Alberto Aleotti lascia il timone ai figli: Lucia diventa presidente e Alberto Giovanni vice. Saranno loro a realizzare l’espansione in Asia e acquisti come la Silicon Biosystem, una start up specializzate in tecnologie per lo studio dei tumori. Meno fortuna avranno invece con il Montepaschi: la famiglia nel 2012 ne acquista il 4%. Poi però, quando la partita si complica troppo, si ritira. Il core business è un altro.

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