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Addio a Emilio Botin sovrano del Santander Il banchiere d’assalto sfiorato dagli scandali

Avrebbe compiuto ottant’anni fra tre settimane, più che mai saldo al vertice di una banca nella quale aveva cominciato a muovere i primi passi quando ne aveva 24, e che guidava dal 1986, avendola ereditata dal padre, subentrato molto tempo prima al nonno. Eppure nessuno in Spagna immaginava che l’onnipotente Don Emilio, il presidente del Santander Emilio Botín, se ne potesse andare così, di colpo, quasi che la sua straordinaria influenza sul mondo finanziario e politico gli garantisse una sorta di immortalità. Lo si è capito dall’effetto-shock provocato dallo stringatissimo comunicato con l’intestazione «hecho relevante» (fatto rilevante: la stessa dicitura riservata alle informazioni che possono influire sull’andamento dei titoli) trasmesso dalla sede centrale di Boadilla del Monte alla Cnmv, la Consob spagnola: poche righe per annunciare la morte del presidente (stroncato nella notte da un infarto, si è poi saputo) e convocare il cda per la nomina del successore.

Non c’era redazione giornalistica che avesse una sintesi biografica pronta, un «coccodrillo», al punto che per parecchie decine di minuti, sui siti web appariva solo la sintetica notizia, senza ulteriori dettagli. Botín non solo non parlava mai della morte, ma si rifiutava anche di rispondere quando gli chiedevano se non avesse intenzione, alla sua età, di cedere il testimone. Quello che era ormai chiaro è che aveva individuato nella figlia Ana Patricia il suo erede. E infatti è stata proprio lei, la primogenita, già presidente di Banesto e attualmente alla guida della branca britannica del Santander, a essere designata ieri sera all’unanimità alla guida del gruppo, a conferma che il colosso spagnolo — con oltre 200mila dipendenti e 1400 miliardi di euro di fondi raccolti — intende perpetuare la gestione di tipo familiare.
Quella che, dalla Cantabria, espandeva progressivamente la propria attività al resto della Spagna, è diventata proprio negli anni di Emilio Botín il primo istituto finanziario dell’Eurozona. La grande crescita è cominciata negli anni ‘90, con una serie di acquisizioni in America Latina. Al tempo stesso, in Spagna, Botín comprava il Banesto e nel ‘99, grazie alla fusione con il Central Hispano, conquistava nel Paese una posizione di leadership assoluta. Ma l’intraprendente banchiere — il cui patrimonio è stato valutato da Forbes in 1,7 miliardi di dollari — non si fermava qui: sbarco Oltremanica, con il colpo grosso costituito dall’acquisto dell’Abbey National e, cinque anni fa, un altro importante tassello con l’acquisizione del Sovereign Bank statunitense. Non tutte operazioni esattamente limpide: Botín è finito sotto inchiesta sia per l’incorporazione del Banesto sia per la fusione con il Central Hispano. Nella lista Lagarde, filtrata da Hervé Falciani alle autorità francesi, compariva il nome di suo padre tra quelli di un folto gruppo di evasori con conti in Svizzera: la famiglia Botín ha provveduto a regolarizzare la situazione con il pagamento di 200 milioni di euro al fisco spagnolo. Anche la sua presenza in Italia non è stata esente da polemiche: sponsor della Ferrari in Formula1, oltre a essere stato socio di Mediobanca, Generali e Capitalia, ed aver cercato di prendere il controllo del San Paolo Imi, è stato coinvolto in una delle operazioni finanziarie più controverse degli ultimi anni, la vendita di Antonveneta a Mps. La magistratura starebbe indagando su un possibile accordo siglato da Santander con Mps per spartirsi la plusvalenza della cessione dell’istituto veneto dagli spagnoli ai toscani.
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