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Addio a Botin, Ana guiderà il Santander

Succede così, di solito, nelle monarchie: la morte del sovrano e, il giorno stesso, l’ascesa al trono dell’erede. Come Elisabetta II d’Inghilterra, in visita in Kenya, il 6 febbraio del 1952, anche Ana Patricia Botin era all’estero, a Londra, l’altro ieri, quando il padre, Emilio Botin, quasi ottantenne, ha percepito le avvisaglie dell’infarto che se lo sarebbe rapidamente portato via nella notte, a Madrid. Meno di ventiquattr’ore dopo, alle 16 di ieri, il consiglio d’amministrazione del Banco Santander, all’unanimità, ha incoronato presidente la primogenita del banchiere della Cantabria che, in Spagna, spesso ha contato davvero più del re. 
Ora tocca a lei che, dal papà, ha preso molto, a cominciare dalla data di nascita, continuare nel solco famigliare: lui avrebbe compiuto 80 anni il primo ottobre, lei ne avrà 54 tre giorni più tardi. In comune, la passione per il golf e per la caccia, un’irriducibile riservatezza di carattere, un consapevole ascendente politico anche al di fuori del gotha bancario, ma soprattutto dei confini iberici. Se ne accorse il Financial Times fin dal 2004, collocandola al secondo posto fra le donne più influenti d’Europa. Proprio mentre lei, già presidente di Banesto, entrava nel consiglio d’amministrazione delle Assicurazioni Generali, e nella scacchiera del potere economico italiano, per restarci fino al 2011.
Non è così né ora che la figlia del monarca avrebbe voluto prendere il posto del padre, ma di sicuro la sua candidatura alla successione era l’unica, tra i sei discendenti, ed era stata decisa da tempo. Sebbene il vecchio “don Emilio” negasse con ardore di essere pronto al passaggio dello scettro: «Sono in forma, ho l’appoggio di tutto il consiglio, perché bisognerebbe parlarne?». Preferiva parlare di Formula 1 da quando era diventato sponsor della Ferrari e nel 2010 aveva assicurato alla scuderia Fernando Alonso. Dopo Emilio I, Emilio II ed Emilio III, che si sono tramandati la guida dell’impero Santander per 157 anni, dunque tocca ad Ana Patricia I, capo finora del ramo britannico, e da ieri prima donna al vertice di una delle più importanti banche (la prima, per autodefinizione) dell’eurozona, con 102 milioni di clienti in tutto il mondo, dettare le strategie che hanno fatto della cittadella finanziaria di Boadilla del Monte, appena fuori Madrid, un pentagono dell’alta finanza internazionale.
Dal suo quartier generale Emilio III aveva concepito e diretto le sue manovre espansionistiche: l’Italia, quindici anni fa, fu uno dei suoi territori di conquista, poco dopo la fusione (che per lui si leggeva piuttosto come acquisizione) con il Central Hispano. Prima l’incrocio azionario con Sanpaolo-Imi, poi il ben più azzardato incrocio di Opa (Unicredit sulla Comit e Sanpaolo-Imi sulla Banca di Roma) che lo portò faccia a faccia con Enrico Cuccia. Mediobanca tentò un’alleanza tattica, in difesa della Comit, ma l’energico spagnolo chiarì la sua legge: «Primero, ganar dinero». Primo, guadagnare soldi.
La applicò in una delle operazioni più controverse degli ultimi anni: l’acquisizione al 100% della Banca Antonveneta.
Quando fiutò la crisi in arrivo, riuscì a rivenderla nel 2007 al Monte dei Paschi che sborsò ben 9 miliardi preparandosi la via alla richiesta di aiuti statali. Nello stesso anno il Santander ebbe un ruolo anche nella vendita, a caro prezzo del gruppo editoriale spagnolo Recoletos alla Rcs, editrice del Corriere della Sera .
Quali fossero i suoi piani per il futuro forse lo sa meglio di tutti Ana Patricia, che non lo ha mai deluso: il re è morto, viva la regina.

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