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Ad aprile persi 68mila posti

La crescita italiana è ancora molto debole e nel frattempo non accenna ad attenuarsi l’emergenza occupazione. Ad aprile, secondo i dati provvisori diffusi ieri dall’Istat, gli occupati si sono ridotti di 68mila unità rispetto al mese precedente, mentre la flessione raggiunge le 181mila unità su base annua (gli occupati sono risultati pari a 22 milioni e 295 mila, lo 0,3% in meno rispetto al mese precedente e lo 0,8% in meno rispetto ad aprile 2013) e il tasso di occupazione si attesta al 55,4%.
Il tasso di disoccupazione resta invece invariato al 12,6% rispetto a marzo (mentre fa registrare un incremento di 0,6 punti nei 12 mesi). Questa percentuale si confronta con un’ inattesa, lieve diminuzione della disoccupazione nell’area euro, che ad aprile si è attestata all’11,7%, un decimale in meno dal mese precedente secondo i dati diffusi da Eurostat. In termini assoluti, nell’Eurozona si sono registrati 76mila disoccupati in meno dal mese precedente, ad un totale di 18 milioni 751mila. Ma i dati relativi al mese di aprile contengono anche un record negativo per la disoccupazione giovanile in Italia: per chi ha un’ età compresa fra 15 e 24 anni la quota dei disoccupati e di chi cerca attivamente un lavoro sale al 43,3% (in aumento dello 0,4% sul mese precedente e di 3,8 punti nel confronto tendenziale).
Le cifre della rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro, anch’essa diffusa ieri dall’Istituto di statistica, non fanno che confermare la grave sofferenza sociale ereditata dalla crisi. Il tasso di disoccupazione giovanile nel primo trimestre del 2014 è salito al 46% (era al 41,9% nel primo trimestre 2013): ma nelle regioni del Mezzogiorno, dice l’Istat, addirittura il 60,9% della forza lavoro giovanile è in cerca di lavoro (pari a 347 mila unità).
Non basta. I dati non destagionalizzati riferiti al primo trimestre del 2014 segnalano che il tasso di disoccupazione è salito al 13,6 per cento, con una crescita di 0,8 punti percentuali su base annua: si tratta di un massimo storico dal primo trimestre del 1977. Tutto questo porta il numero di disoccupati a 3 milioni 487 mila persone. Il dato evidenzia un nuovo e cospicuo incremento tendenziale (+6,5% pari a 212.000 unità) ; aumentano inoltre i divari territoriali, con l’indicatore del Nord al 9,5% (+0,3 punti percentuali) nel centro al 12,3% (+1,0 punti) mentre nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione è al 21,7% (+1,6 punti). Quanto all’occupazione, la rilevazione trimestrale indica che prosegue il calo del numero dei lavoratori a tempo pieno (-1,4% pari a -255 mila unità rispetto al primo trimestre del 2013) e che questa flessione in due terzi dei casi riguarda i dipendenti a tempo indeterminato. Per contro, è in aumento il part time involontario ovvero i lavori accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno: l’incidenza del part time involontario sul totale dei lavori a tempo parziale è del 62,8 per cento, annota l’Istat. «Le indicazioni di aprile sono in linea con i dati di un’economia sostanzialmente stagnante da metà 2013 e la flessione dell’occupazione in aprile annulla il segnale positivo che era emerso in marzo: sovrapporre una manovra correttiva in questa situazione, come indicato nella raccomandazione europea per il rispetto dei parametri del Patto di stabilità, avrebbe effetti di peggioramento delle tendenze in atto» sostiene il capo economista di Nomisma, Sergio De Nardis, ricordando che «il tasso di disoccupazione in aprile non aumenta solo perché si riducono le forze di lavoro».
Per il presidente della Commissione del lavoro del Senato Maurizio Sacconi, occorre «agire sulla regolazione del lavoro privato e di quello pubblico in modo da renderla più semplice, certa e funzionale alla moderna organizzazione del lavoro. Anche la contrattazione è chiamata a generare maggiore produttività collegando in prossimità salario e risultati. E la detassazione di questa parte del reddito deve tornare ad essere rilevante, affinché costituisca un efficace incentivo». Contro l’emorragia di posti di lavoro confermata dai dati dell’Istat «l’obiettivo– dice il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti– è procedere, per produrre il cambio di segno a fine anno».

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