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Acquisizioni, battuta d’arresto per l’Italia

Operazioni dimezzate nel primo semestre ma il private equity registra un balzo del 60%
Non è bastata la maxi-acquisizione a giugno della Birra Peroni da parte dei giapponesi di Asahi per oltre 2,5 miliardi di euro, per risollevare le sorti dell’M&A in Italia. Dall’inizio dell’anno a oggi, il nostro Paese è stato oggetto di operazioni per soli 31,7 miliardi di dollari. Meno della metà di quanto registrato sia nel primo (64 miliardi) che nel secondo semestre (72 miliardi) dello scorso anno.
Il calo delle acquisizioni, per la verità, è generalizzato: secondo la banca dati Zephyr di Bureau van Dijk, nei primi sei mesi dell’anno il giro d’affari dell’M&A mondiale è calato del 40%. Colpa delle incertezze sui mercati globali, dalla crescita ridotta delle economie emergenti fino alla debolezza dell’Europa. Gli analisti mettono le mani avanti: il primo semestre di ogni anno è sempre più avaro di operazioni rispetto ai sei mesi successivi. Ma le acquisizioni che hanno avuto come target le imprese italiane (Bureau va Dijk tiene conto di tutte, quelle perfezionate e quelle solo annunciate, comprese le operazioni Italia su Italia) sono calate anche rispetto al primo semestre del 2015: 31 miliardi di dollari contro 64. La Germania, il nostro competitor per eccellenza sugli scenari globali, nemmeno a dirlo tiene: 51 i miliardi di dollari registrati nella seconda metà del 2015, 52 quelli del primo semestre 2016. Francia e Spagna invece perdono, ma meno di noi: più o meno, il 20% ciascuna.
In Italia il tonfo ha riguardato soprattutto le partite più grandi: 443 le acquisizioni dall’estero perfezionate dall’inizio dell’anno, contro le 370 concluse nella seconda metà del 2015. Crescono le imprese coinvolte, insomma, ma poiché si tratta di target più piccoli l’ammontare complessivo delle operazioni si riduce.
Una buona notizia, però, per l’Italia c’è ed è la ripresa dell’interesse del private equity, con 7,1 miliardi di dollari arrivati nel primo semestre del 2016 contro i 2,1 della seconda metà del 2015 e i 4,4 del semestre ancora prima (+60%). Meglio – questa volta – di Francia e Spagna, che agli occhi dei fondi perdono attenzione. «Il private equity torna nel nostro Paese dopo anni di assenza – spiega il professor Leonardo Etro, direttore del dipartimento di Amministrazione, controllo, finanza aziendale e immobiliare della Sda Bocconi – c’è molta liquidità in questi fondi e anche nei debt funds, e tutte queste realtà ora stanno aprendo all’Europa». Per il professor Etro, poi, c’è una seconda buona notizia: «I dati delle acquisizioni fatte dalle imprese italiane all’estero (2,6 miliardi di euro per questo primo semestre) dimostrano che le operazioni sono in aumento, ma soprattutto che si è invertito il trend che fino a un paio di anni fa ci identificava solo come un Paese preda delle aziende straniere».
Al primo posto, chi ha fatto shopping in Italia, ci sono gli Usa, che dall’inizio dell’anno hanno rilevato asset per oltre 4,8 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 3,7 miliardi spesi nel secondo semestre del 2015. «Si tratta di un trend più vasto, che trova conferma in tutta Europa – spiega il professor Etro – gli Stati Uniti sono tornati i protagonisti del mercato delle acquisizioni, a discapito di altri Paesi emergenti come la Cina, soprattutto», che a un certo punto era sembrata il concorrente più agguerrito. In Italia, dall’inizio dell’anno, agli americani si devono operazioni come l’acquisizione della società di servizi It TeamSystem da parte del fondo Hellman & Friedman, o come l’abbigliamento Champion passato nelle mani di Hanesbrands.
Al secondo posto, invece, tra chi investe nelle nostre imprese c’è la Gran Bretagna, con 3,3 miliardi di euro nel primo semestre. Farà lo stesso, ora che ha imboccato la via della Brexit? «Non credo che l’uscita di Londra dalla Ue modificherà radicalmente il quadro per quanto riguarda l’M&A – sostiene Etro – la concentrazione delle aziende europee è un processo che è cominciato prima della Brexit ed è un consolidamento necessario, per queste imprese, se vogliono competere con le multinazionali globali. Eppoi anche prima Londra aveva una moneta diversa dall’euro e un regime fiscale favorevole alle imprese».

Micaela Cappellini

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