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Ace, il taglio passa dall’aliquota

Per la base Ace, ritorna il calcolo temporalmente illimitato, ma si riduce ulteriormente il rendimento nozionale. Tra i 700 emendamenti segnalati e su cui si concentrerà l’esame della commissione Bilancio della Camera a partire dall’inizio della prossima settimana spicca l’emendamento all’articolo 7 del Dl 50/2017 presentato da Sergio Boccadutri e Giampaolo Galli del Pd che punta a sostituire la norma prevedendo una nuova, progressiva contrazione del coefficiente da utilizzare per determinare la deduzione, con effetto già dall’esercizio corrente. Si passerebbe dal 2,3% all’1,95% per il 2017 e dal 2,7% al 2,20 per cento per il 2018. Dal 2019, il rendimento dovrebbe collocarsi all’1,75 per cento.
Ancora dubbi per l’acconto Ires 2017: la norma in arrivo non chiarisce se vada ricalcolato con il coefficiente del 2,3%, come previsto dalla legge di bilancio, o con la nuova aliquota dell’1,95 per cento.
L’articolo 7 della manovrina ha radicalmente modificato il meccanismo di calcolo della base Ace. Da un conteggio che considera gli incrementi patrimoniali effettuati dal 2011 senza alcun limite temporale, si passa ad un periodo quinquennale di rilevanza.
La norma, applicabile già dal 2017, porterebbe dunque ad escludere immediatamente le ricapitalizzazioni operate nel 2011 e nel 2012.
La novità, che penalizza chi, nei primi anni di applicazione della norma, ha fatto apporti rilevanti confidando in una deduzione sine die, è accompagnata dall’obbligo di effettuare un complicatissimo ricalcolo dell’acconto Ires del 2017 come se la base quinquennale fosse già stata efficace lo scorso anno.
Le numerose critiche alla disposizione (si veda, da ultimo, Il Sole 24 Ore di ieri) stanno spingendo il legislatore a rivedere il contenuto della disposizione, ferma peraltro la volontà di intervenire per depotenziare l’agevolazione per reperire maggiori risorse finanziarie per lo Stato.
L’emendamento alla legge di conversione del Dl 50/2017 prevede di sostituire integralmente l’articolo 7, eliminando la revisione del meccanismo e dunque ripristinando il metodo temporalmente illimitato attualmente in essere; v errebbe al contempo introdotta una sensibile riduzione del rendimento nozionale che si aggiunge, ed anzi va ad integrare, quella già introdotta dalla legge 232/2016.
Dopo il picco del 4,75% raggiunto nel 2016 (Redditi 2017), il coefficiente dovrebbe scendere, secondo l’emendamento, all’1,95% per il 2017 (in luogo del 2,3% stabilito dalla legge 232/2016) e al 2,20% per il 2018 (in luogo del 4,7%).
A partire, poi, dal periodo di imposta 2019, il rendimento scenderebbe ulteriormente all’1,75 per cento.
Se la novità dovesse essere approvata, risulterebbero penalizzate, rispetto alla versione originaria della manovrina, le società che hanno effettuato capitalizzazioni negli ultimi cinque anni o che erano in procinto di farne in futuro, come ad esempio le società neocostituite.
Migliorerebbe invece la posizione di chi ha aumentato il patrimonio nel 2011 e nel 2012.
L’emendamento in arrivo elimina anche l’obbligo di ricalcolo dell’acconto storico 2017 per i contribuenti Ires che era previsto dalla versione iniziale del Dl 50. Non viene però modificata, e neppure cancellata, la disposizione, contenuta nel comma 553 della legge 232/2016, che stabilisce che l’acconto storico si deve determinare sulla base dell’Ires risultante da una applicazione anticipata del coefficiente 2,3% che era stabilito da tale norma e che ora verrà di fatto abbandonato.
Non è dunque chiaro se l’acconto vada ricalcolato con Ace al 2,3% (legge 232) o all’1,95 per cento. La relazione tecnica che accompagna l’emendamento pare ritenere che la nuova misura produca effetto anche sul gettito di cassa del corrente anno, ma tale intendimento dovrebbe essere confermato a livello normativo modificando il citato comma 553 oppure prevedendolo espressamente nella nuova formulazione dell’articolo 7.

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