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Sotto accusa l’algoritmo di Big G

Quella che lega Google all’Unione Europea è una storia di algoritmi e tribunali. Giurisprudenza che si incaglia fra dati e tecnologie, occupando settori del tutto nuovi per i quadri normativi esistenti. Una vicenda complessa, insomma, fatta di accuse pesanti e strategie difensive articolate. Con la netta sensazione che molto ci sarà ancora da scrivere.
Oggi, con ragionevole certezza, si può dire che se Google deve pagare 2,42 miliardi di multa all’Unione Europea per aver abusato della sua posizione dominante, molto lo si deve alle abitudini degli utenti. Proprio così: le abitudini. Cercare un prodotto online è diventato negli anni sinonimo di cercarlo su Google. Ed è qui che è nato tutto. L’accusa rivolta a Mountain View è quella di aver trasformato queste abitudini in un’opportunità di business enorme, favorendo il servizio Google Shopping rispetto a quelli dei competitor.
Secondo l’accusa gli ingegneri di Mountain View avrebbero creato un algoritmo che bara: un software che avrebbe permesso al gigante californiano di approfittare della sua posizione da quasi monopolista delle ricerche online per trovare vantaggi commerciali.
La richiesta di 2,42 miliardi scaturisce da un lavoro di indagine durato anni. A Bruxelles sono costantemente al lavoro per capire come arginare il potere di piattaforme globali che di fatto gestiscono molte informazioni relative ai cittadini europei. E non è semplicemente un fatto di privacy, ma anche e soprattutto di concorrenza. In questa vicenda, Big G ha pagato lo scotto di vestire la doppia casacca: non solo motore di ricerca, ma anche venditore. Un conflitto di interesse che non poteva lasciare i competitor nell’indifferenza. E, dopo denunce più o meno formali, si è arrivati alla multa miliardaria.
Per dovere di cronaca, va detto che il settore del search engine ha subito profondi cambiamenti negli ultimi anni. Un’evoluzione profonda sulla quale Google punterà fortissimo in fase difensiva. Oggi esistono motori di ricerca orizzontali e verticali, e poi esistono le app. I primi sono quelli classici, e qui Google non ha rivali, con numeri molto vicini al 90% e briciole per i concorrenti, da Yahoo a Bing. Sull’altro binario, però, viaggiano veloci app e motori verticali che stanno facendo passi da gigante. E non è un caso che uno dei boss di Google, Eric Schmidt, abbia individuato in Amazon il competitor numero uno di Big G.
Ormai per molte ricerche i motori come Google vengono bypassati. La ricerca di un hotel avviene su Booking, quella di un rasoio da barba su Amazon, mentre per un ristorante c’è Tripadvisor. Nuovi colossi del web che, nella maggior parte dei casi, dispongono di app molto cliccate in grado di rendere del tutto inutile la navigazione su browser.
Il campo delle ricerche, insomma, è oggi molto più frammentato rispetto a qualche anno fa, e va analizzato per settori. Dallo shopping online ai viaggi, dalle notizie ai social network. Secondo una recente classifica, in Francia le ricerche relative ai prodotti da acquistare sono dominate da Amazon e eBay, mentre Google Shopping è al nono posto. In Germania, analizzando il mercato dei viaggi online, Google si colloca al sedicesimo posto, molto dietro a colossi specializzati come Booking, Trivago, Expedia e Tripadvisor.
Negli ultimi anni, dunque, le cose sono profondamente cambiate. Ma per un periodo di tempo abbastanza lungo, Google avrebbe abusato della sua posizione dominante dando maggiore visibilità al suo market place. Un giochetto di algoritmi che adesso costa carissimo all’azienda californiana. Più di due miliardi.

Biagio Simonetta

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