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Accordo sulla ex Ilva, entra lo Stato: nei piani 2 miliardi d’investimenti

Nero su bianco non c’è ancora. La firma del nuovo contratto di coinvestimento che ufficializza l’ingresso di Invitalia, e quindi dello Stato, in ArcelorMittal, avverrà tra dieci giorni, ma la strada è tracciata.

Ieri si è posta la firma in calce al memoradum of understanding: cinque pagine in doppia versione, italiana e inglese, che le parti si sono scambiate e hanno siglato alle sei di sera.

La governance è chiara: un consiglio di amministrazione di sei membri, tre di nomina Arcelor Mittal e tre di nomina Invitalia: nel memorandum, è stabilito che il presidente spetti a Invitalia e l’amministratore delegato ad Arcelor, anche se per entrambi serve il gradimento dell’altro socio.

Il meccanismo finanziario e patrimoniale è delineato: Invitalia sottoscriverà un aumento di capitale di AMInvestco da 400 milioni di euro, probabilmente a febbraio. In un secondo tempo – entro il 2022 – vi sarà un secondo aumento di capitale da 800 milioni di euro, che dovrebbe essere per il 90% in capo a Invitalia. Una operazione, quest’ultima, di tipo diretto: senza alcun meccanismo di put e di call per le due parti.

A quel punto, Invitalia avrà una maggioranza, nell’ordine del 60%: le quote, quando lo Stato sarà tornato azionista prevalente dell’Ilva, saranno determinate dal valore degli impianti e dal passivo di quel momento.

Il primo aumento di capitale, appunto da 400 milioni, non va a copertura di perdite; la valutazione della società è stata fatta tutta a patrimonio netto, dopo però la copertura delle enormi perdite subite da Arcelor Mittal, che aveva 1,8 miliardi di capitale e che ha accumulato perdite per circa 1,2 miliardi di euro.

Negli accordi fra Roma e Londra – fra il Governo italiano che sta usando il veicolo di Invitalia e la famiglia Mittal – in questa prima fase la disparità di valore di capitale (400 milioni la componente italiana e circa 600 milioni, residui, quella anglo-indiana) viene comunque regolata con una governance fin da ora paritaria al 50% ciascuno, in attesa che Invitalia prenda la maggioranza.

La crescita nel capitale di Invitalia dovrebbe dunque avvenire nel 2022: tuttavia, va notato come il secondo aumento di capitale sarà subordinato al dissequestro degli impianti. Il quale dissequestro potrà avvenire solo dopo il completamento del piano ambientale, che formalmente ha come orizzonte ultimo l’anno successivo, il 2023.

In ogni caso, ieri è prevalsa la soddisfazione del Governo. «Abbiamo raggiunto un accordo», «Siamo giunti a un risultato per noi soddisfacente», dicono in una video call con i sindacati metalmeccanici il ministro Stefano Patuanelli (Mise) e l’ad di Invitalia, Domenico Arcuri, presente anche il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo.

Via libera subito al memorandum of understanding tra le parti, «he contiene i punti salienti e la data ultima del 10 dicembre per sottoscrivere l’accordo di co-investimento», chiarisce Arcuri. Quindi, specifica Patuanelli, «prossimo appuntamento con tutti i soggetti coinvolti a metà della prossima settimana con un approfondimento tecnico puntuale su tempi, modi, investimenti».

Arcuri ha aggiunto: «Il Governo e Invitalia puntano a sinergie anche con gli altri produttori siderurgici nel piano nazionale acciaio che sarà lanciato nelle prossime settimane. Sinergie anche per l’uso del preridotto». Ma su quale strada ci s’incammina? Tocca ad Arcuri spiegare. «Invitalia – afferma – entra nel capitale con una quota del 50%. In un arco temporale pari, al massimo, alla data in cui verrà sottoscritto, se sottoscritto, il contratto di acquisto – che a oggi è, al più tardi, a giugno 2022 -, Invitalia arriverà al 60%, diventando azionista di maggioranza, e Mittal al 40%».

Ma si lavorerà per anticipare la data di giugno 2022. «Non è un progetto né finanziario, né di possesso di quote azionarie, ma è uno strategico progetto industriale con 2 miliardi e 100 milioni di di investimenti» afferma ancora l’ad di Invitalia. E sottolinea: «Lo stabilimento avrà una governance condivisa. Ci sarà il finanziamento di una quota di investimenti verdi. Ma non è più l’erogazione di contributi a fondo perduto ad un soggetto privato neanche proprietario, quanto la messa in campo di incentivi moderni e già esistenti per implementare un piano in cui il Governo è parte sostanziale da ogni punto di vista».

Nei desiderata del Governo la produzione resta confermata a regime di piano, nel 2025, a 8 milioni di tonnellate di acciaio che si otterranno tra altoforno tradizionale (si ricostruirà il 5), stop a due altiforni più vecchi, due nuovi forni elettrici ed un impianto esterno per il cosiddetto dri (direct reduce iron). Si punta a 5 milioni di tonnellate già dal 2021 (ora sono circa 3,2). In questo modello ci dovrebbe essere, per il contrasto all’inquinamento, un forte taglio delle emissioni di polveri, di ossido di zolfo e di diossine, mentre la CO2 dovrebbe, secondo le stime del Governo, diminuire del 78 per cento. Gli occupati a regime saranno 10.700. Questo vuol dire che ci sarà una lunga transizione con la cassa integrazione: 3.000 nel 2021 e 2.500 nel 2022 per poi scendere e arrivare a 1.200 nel 2024 e a zero nel 2025.

I sindacati sono guardinghi. «Apprezziamo che ci venga dato come orizzonte il 2025 a zero esuberi. Ma bisogna considerare ogni passo. Sarà fondamentale combinare il rilancio dell’acciaio alla necessità di garantire l’occupazione», dichiara Roberto Benaglia della Fim Cisl. “Doveva essere il giorno della verità sull’accordo tra Invitalia e ArcelorMittal, ma è diventato il giorno del rinvio”, sostiene Rocco Palombella della Uilm. E aggiunge: «Non firmeremo mai un accordo che preveda migliaia di esuberi». Infine, per Francesca Re David della Fiom Cgil «questo cambiamento deve significare il rilancio della siderurgia nel Paese, l’ingresso delle migliori tecnologie verdi esistenti sul mercato e la salvaguardia di tutta l’occupazione».

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