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Accordo fatto sulla produttività Cgil non ci sta: “Strada sbagliata”

Accordo fatto, ma senza la Cgil. Alla fine, dopo mesi di lunga e faticosa trattativa, le parti sociali hanno firmato un’intesa sulla produttività, «sulle linee programmatiche» per farla crescere – l’Istat assicura che è praticamente ferma da venti anni – e sul come rilanciare la competitività del Paese. Ma nel lungo elenco di firme (Abi, Ania, Confindustria, Lega cooperative, Rete imprese Italia, Cisl, Uil e Ugl) non c’è il sindacato di Susanna Camusso. Il governo benedice il protocollo (il premier in realtà avrebbe voluto esibirlo in un vertice europeo già un mese fa) e ne condivide i principi. Il Parlamento, nella Legge di stabilità che ieri ha ottenuto il via libera alla Camera, ha messo sul piatto 2,1 miliardi di euro per il triennio 2013-15 destinati a detassare i salari di produttività, e il Senato potrebbe decidere di aggiungervi altri 250 milioni ora assegnati alle zone alluvionate. C’è dunque il testo (sette punti in dieci pagine) e ci sono le risorse: ma il documento chiamato a riscrive le regole della contrattazione, resta al centro di uno scontro importane confluito nell’ennesimo accordo separato. L’intesa, infatti, assegna un crescente peso al «secondo livello» e alla flessibilità che gli accordi territoriali e aziendali possano introdurre su orari e mansioni in cambio di un aumento salariale.
Prospettiva che piace molto al governo e sulla quale si trovano d’accordo tutti i firmatari: dal leader di Confindustria Squinzi («è l’inizio di una nuova fase di sviluppo e di occupazione) ai segretari generale di Cisl Bonanni («servirà ad uscire dalle secche») e della Uil Angeletti («è utile per uscire dalla logica bassi salari-bassa produttività»).
La mancata firma della Cgil resta comunque un problema, anche se il governo ne circoscrive i confini: il premier Monti precisa di «desiderarla molto » ma assicura che l’accordo è «completo, condiviso, autosufficiente » e «rappresenta un buon impiego del denaro pubblico » . La sigla della Camusso avrebbe un «notevole significato » visto che il suo sindacato è «rilevante, importante e di grande tradizione», ha ammesso il premier, ma non peserebbe comunque «dal punto di vista operativo».
Palazzo Chigi, in realtà, ci ha provato anche ieri sera a trovare la quadra e a incassare un documento da tutti condiviso: «C’è qualcosa che si può fare?» ha detto il ministro Fornero alla Cgil ad un certo punto della trattaativa. No, la questione «non va bene né nel merito, né nel metodo» ha ribadito la Camusso
che ha ancora una volta chiesto a Monti di «detassare le tredicesime» («Non ci sono soldi » ha risposto il premier).
Netta e dettagliata la spiegazione del «no» data dal sindacato. L’intesa sulla produttività, ha spiegato la Camusso «è coerente con la politica del governo
che scarica sui lavoratori i costi e le scelte per uscire dalla crisi. Si è persa un’occasione».
Di più: «Il documento non rappresenta una soluzione ai problemi» ed «è un altro intervento che accelera la recessione del Paese». Il punto più critico
è rappresentato dal fatto che le nuove regole sono destinate ad «abbassare i salari reali». «Il governo – ha affermato la Camusso – scarica sul lavoro i costi della crisi e le scelte per uscire dalla crisi abbassando i redditi da lavoro». Durante il vertice il clima a Palazzo Chigi, assicura la leader della Cgil, «era di evidente imbarazzo».
Visti i presupposti sarà difficile che ci possa essere un ripensamento. Corrado Passera, ministro dello Sviluppo economico, continua ad augurarselo: «L’accordo non esclude nessuno dalle trattative contrattuali » ha precisato. Il decreto ministeriale che seguirà all’accordo e che sarà messo a punto con le parti sociali, ha specificato, conterrà le modalità per accedere alla defiscalizzazione: «Non ci saranno distribuzione di risorse a pioggia».

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