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Accordo all’Opec “Meno petrolio” E i prezzi volano

Finisce la guerra del petrolio. Per la prima volta dal 2008 l’Opec decide di ridurre la produzione. I 14 membri del cartello, incontratisi ad Algeri, hanno concordato di scendere dai 33,2 milioni di barili al giorno estratti ad agosto, fino a 32,5 milioni al giorno. Le quote da sacrificare saranno ripartite nel prossimo incontro del 30 novembre. I prezzi internazionali sono subito schizzati di oltre il 6% sulle piazze di New York e Londra, (rispettivamente 47 e 48 dollari al barile). Ben più di quanto il taglio promesso possa realmente influire sull’offerta di greggio globale.
Il vero valore dell’accordo, se sarà confermato in questi due mesi che mancano al vertice ufficiale a Vienna, è tutto politico: nonostante il permanere delle tensioni interne, l’Opec torna ad agire unito. Una reazione del genere era attesa sin dal crollo dei prezzi del 2014, quando il greggio passò da quasi 100 dollari al barile a solo 35, provocando l’esplosione dei deficit di tutti i bilanci dei “petrostati”, e portando alcuni di questi ad un passo dal default, su tutti Nigeria, Venezuela e Algeria. Ma anche gli emirati hanno dovuto rivedere le loro strategie. Più passavano i mesi e più l’Opec sembrava incapace di imporre un rialzo dei prezzi. A parole tutti i ministri del Petrolio chiedevano una stabilizzazione del mercato, ma nei fatti l’offerta globale aumentava, alimentata dallo stesso cartello che è passato in cinque anni da 29 e 33 milioni di barili estratti al giorno.
Ora gli analisti sottolineano l’inaspettato compromesso tra Iran e Arabia Saudita le cui divergenze finora avevano reso impraticabile ogni ipotesi di riduzione. A questo si aggiunge “la benedizione” della Russia, principale produttore non Opec, ma che a più riprese in questi mesi ha annunciato la disponibilità a seguire il cartello su una restrizione dell’offerta.
Ora inizia un nuovo negoziato e, a quanto trapela, a pagare il conto più salato, secondo la proposta presentata dall’Algeria, dovrebbe essere il proprio il colosso saudita che vedrà la produzione scendere di circa 400 mila barili, seguito da Emirati Arabi (circa 150mila barili in meno) e Iraq (circa 130mila in meno). Libia e Nigeria conserverebbero le quote attuali, mentre l’Iran, il più resistente all’idea di congelare la produzione con l’obiettivo di tornare ai livelli pre-embargo, verrebbe in sostanza accontentato con un piccolo incremento, pari a circa 50mila barili al giorno.
Solo all’inizio del 2017 si capirà se l’Opec sta davvero riprendendo le redini del mercato e il fronte più caldo saranno gli Stati Uniti che proprio ieri hanno confermato un calo delle scorte di oltre 1,9 milioni di barili. Segno che dopo una lunga attesa, l’Opec potrebbe festeggiare la ritrovata unità raccogliendo i frutti della politica dei prezzi bassi voluta dall’Arabia Saudita. Riad in questi anni ha sempre giustificato il mantenimento dei propri livelli di offerta con la necessità di mettere fuori mercato i concorrenti statunitensi attivi nello shale oil.

Luca Iezzi

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