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Accordi simulati, non c’è abuso

Brusca frenata sull’abuso del diritto. Il fisco non può contestare l’elusione fiscale sulla sola base del fatto che il contratto è simulato: è infatti tenuto a provare che l’unico scopo è l’indebito risparmio di imposta in assenza di qualunque vantaggio economico per l’impresa dall’operazione commerciale. In altri termini, alla base dell’elusione dev’esserci sempre un accordo commerciale valido e non fraudolento o simulato.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 24914 del 6 novembre 2013, ha respinto il ricorso dell’Agenzia delle entrate.

La sezione tributaria, con una lunghissima motivazione, ha dato torto all’amministrazione finanziaria che aveva recuperato a tassazione delle imposte, contestando a una cooperativa la simulazione di un contratto di soccida.

Ma l’obiezione dell’amministrazione finanziaria è per i Supremi giudici, che hanno confermato la doppia conforme di merito, insufficiente a far valere l’elusione fiscale.

Sul punto in sentenza si chiarisce che «vanno escluse dalla nozione di abuso del diritto in materia tributaria le ipotesi di condotte illecite fraudolente o anche soltanto simulatorie, iscrivendosi invece il fenomeno nell’ambito delle sole condotte lecite (cioè: non violative di prescrizioni normative) e non occulte (essendo realmente diretta la volontà dei contraenti abusivi alla produzione degli effetti giuridici previsti dalla legge), che consentono di perseguire legalmente il risultato finale previsto, attraverso per esempio l’uso indiretto del negozio o il collegamento negoziale o anche eventuali deroghe negoziali allo schema tipico dei contratti o commistioni tra discipline negoziali differenti (che collocano il rapporto nella sfera dei negozi atipici o misti rimessi all’esercizio della autonomia privata) o ancora il frazionamento in autonomi contratti di prestazioni unitariamente riconducibili a un medesimo schema negoziale tipico».

Inoltre il connotato della abusività della condotta dev’essere ravvisato nel risultato finale, da valutarsi secondo un criterio oggettivo, elusivo della imposizione fiscale, ottenuto all’esito dell’operazione negoziale, risultato che viene raggiunto dalle parti evitando che l’operazione economica venga a integrare il fatto giuridicamente rilevante che la norma impositiva assume a presupposto d’imposta.

In altri termini, gli indici sintomatici ai quali occorre attingere per la dimostrazione della abusività della condotta non vanno ricercati nella causa (funzione economico-sociale) o negli effetti giuridici del negozio o della complessa operazione negoziale (diretti a disciplinare il regolamento di interessi voluto dalle parti), ma debbono essere ricercati nel limite imposto dalla convenienza economica dell’operazione commerciale.

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