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Acconti sugli utili nello statuto

Si avvicina la fine dell’esercizio e i soci delle società devono eseguire alcune scelte sull’utile in corso di formazione. Peraltro, anche le scelte sulla distribuzione dell’utile formato in anni pregressi sono molto delicate, specie se assunte nelle società di persone, che hanno rilevanti specificità rispetto a quelle di capitali.
Nelle società di persone, l’erogazione di acconti sugli utili in corso di formazione è molto frequente se si ritiene, a torto o a ragione, che il carattere personale del rapporto socio/società e le minori formalità rispetto all’ambito delle società di capitali rendano possibile , o quantomeno non illecita, questa operazione.
Approfondiamo la questione alla luce dell’articolo 2262 del Codice civile, inserito nel capo II del Titolo V, che è dedicato alle società semplici, ma si applica anche alle Snc e in Sas, in forza dei rimandi inseriti negli articoli 2293 (per le Snc) e 2315 (per le Sas). Ovviamente, l’applicazione delle norme generali sulle società semplici alle società in nome collettivo o in accomandita avviene solo nel caso in cui per queste ultime società non siano previste disposizioni specifiche nei capi III e IV incompatibili con le regole generali disposte per le società semplici.
Fatta questa precisazione, occorre anzitutto notare che l’articolo 2262 stabilisce che il socio ha diritto a percepire la propria quota di utili (solo) dopo l’approvazione del rendiconto. Ciò tranne che nello statuto sociale sia stabilito un patto contrario. Da tale norma appare che la possibilità di erogare acconto sugli utili dipende dall’esistenza di una specifica clausola statutaria, in assenza della quale occorre attendere l’approvazione del rendiconto, quindi la chiusura dell’esercizio.
Va anche ricordato che, in base all’articolo 2627, gli amministratori che ripartiscono acconti sugli utili non distribuibili (perché non è ancora approvato il rendiconto) si comportano in modo che rischia di essere penalmente rilevante. Quindi un rimedio consigliabile per eliminare l’illecito è prevedere negli statuti delle società semplici l’esplicita clausola che permette l’erogazione degli acconti sugli utili.
Ma per le società in nome collettivo e in accomandita semplice (certamente la maggioranza dei casi nella prassi operativa) l’articolo 2303, comma 1 del Codice civile (inserito nel Capo III, norme destinate alle Snc e, per rimando, anche alle Sas) afferma che non può farsi luogo a ripartizione di somme se non per utili realmente conseguiti. E, ragionevolmente, non può ritenersi conseguito un utile che non derivi da un rendiconto approvato. Inoltre va sottolineato che l’articolo 2303, a differenza dell’articolo 2262, non prevede il possibile patto contrario. Da tale ricostruzione emerge che l’erogazione di un acconto sull’utile costituisce una operazione sempre vietata per Snc e Sas.
Questa conclusione è tuttavia disattesa da una significativa sentenza della Corte di cassazione, (sentenza 10786 del 9 luglio 2003) , la quale perviene alla conclusione che anche nelle società in nome collettivo (e conseguentemente anche per le società in accomandita semplice) è applicabile la previsione di cui all’articolo 2262, cioè la possibilità di erogare acconti sugli utili condizionata all’inserimento di una specifica clausola nello statuto sociale. Quindi, secondo la Corte, l’articolo 2303 per le Snc e le Sas non è norma speciale di contenuto restrittivo ( e alternativo) rispetto alle società semplici , bensì complementare.
A questo punto, si suggerisce di considerare l’inserimento generale in tutti gli statuti delle società personali della clausola che permette l’erogazione degli acconti sugli utili. Ovviamente va sempre considerata la necessità che le somme erogate in acconto trovino copertura nell’utile effettivamente prodotto a fine esercizio, per evitare che per il socio assegnatario di somme, che non trovano copertura nel patrimonio netto, possano realizzare l’ipotesi di distrazione illecita di attività sociali.
A questo proposito va ricordato che, nel caso in cui a fine esercizio emerga che i prelevamenti eseguiti in corso d’anno siano superiori rispetto all’utile effettivamente prodotto, si determina un deficit patrimoniale che potrebbe avere delicate ripercussioni, specie nel caso di derive concorsuali nelle quali potrebbe essere coinvolta la società.
In tutti i casi, questa situazione determina un problema anche sul fronte fiscale, se vi sono interessi passivi portati in deduzione. Questo poiché sarebbe chiaro che almeno una parte della provvista finanziaria rilasciata dall’istituto di credito è stata utilizzata per eseguire dazioni ai soci superiori a ciò che essi potevano prelevare, il che comporterebbe una parziale non inerenza dei costi per interessi passivi. Per rimediare a tale situazione sarebbe necessario, almeno, rendere indeducibili parzialmente gli interessi passivi determinando la quota non inerente con un criterio proporzionale, utilizzando come parametri le riserve prelevabili rispetto alle somme effettivamente prelevate.

Paolo Meneghetti

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