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Acciaio “verde” con il Recovery Il piano di transizione di Draghi

Il premier Mario Draghi ha un’idea verde per la siderurgia italiana, che fa leva sui miliardi del Recovery Plan destinati alle produzioni hard to abate, passa per la tecnologia del ciclo elettrico e approda all’idrogeno. I prossimi due giorni decideranno molto di questa visione. Un sit-in dei cittadini oggi a piazza San Silvestro, un altro domani davanti al portone di Montecitorio. Venerdì operai e sindacati al Ministero dello Sviluppo Economico. In mezzo, la sentenza del Consiglio di Stato. Insomma, Taranto si trasferisce a Roma dove nell’arco di una manciata di ore si traccerà il futuro della città pugliese e del suo cuore d’acciaio. Che poi è il cuore d’acciaio del Paese.
I giudici amministrativi potrebbero spegnere gli altiforni della ex Ilva, scrivendo la parola fine alla storia dell’impianto siderurgico più grande d’Europa. Ma anche alle angosce di una città che piange da anni le vittime dell’inquinamento industriale. Viceversa, il Consiglio di Stato, domani, respingendo l’istanza del sindaco di Taranto contro gli altiforni, garantirebbe la continuità aziendale della fabbrica e il lavoro degli 8200 operai. All’apparenza un dilemma, un bivio. In realtà, ambedue le strade potrebbero finalmente sciogliere il conflitto d’interessi tra lavoro e salute perché l’eventuale verdetto pro-altiforni accelererebbe il piano “siderurgia green” del governo Draghi. Che parte ovviamente dalle Acciaierie d’Italia, ma ha l’ambizione di armonizzare, all’insegna della sostenibilità, l’intero sistema siderurgico nazionale: da Taranto, appunto, a Piombino (dove lo Stato affianca l’indiana Jindal), alla Ast di Terni (messa in vendita da Thyssenkrupp), fino all’arcipelago dei produttori privati del Nord Italia. Presupposto del progetto è l’irrinunciabilità della produzione di acciaio nel nostro Paese, snodo di tutta la manifattura italiana. Metalmeccanica in testa. A dimostrarlo i dati: la siderurgia contribuisce per il 3,8% al Pil mondiale generato, a sua volta, per l’80% da imprese che dipendono dall’acciaio. Ma anche per oltre il 10% alle emissioni globali di CO2. Altro presupposto, le acciaierie a carbone pagano 20 euro di tasse per tonnellata di CO2 emessa (vale il 5% del prezzo di vendita), una somma che in base alle norme verrà raddoppiata nel 2030 mettendo di fatto fuori mercato impianti totalmente a ciclo integrale come quello dell’Ilva. Last but not least: i 2 miliardi del Recovery Plan destinati dall’Italia alla transizione ecologica delle filiere industriali.
Il piano di Acciaierie d’Italia (con l’ingresso dello Stato l’Ilva è stata ribattezzata così), concordato a dicembre da Invitalia e ArcelorMittal, prevede un assetto “ibrido” tra altiforni (compresa la riaccensione del più grande, l’Afo5) e i meno impattanti forni elettrici alimentati da rottami e da preridotto di ferro. A regime, cioè nel 2025, la fabbrica dovrà produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio, di cui 2,5 da ciclo elettrico, con una riduzione di carbone/coke per oltre 1 milione di tonnellate e di agglomerato per circa 3 milioni di tonnellate: l’effetto “ambientale e sanitario” si tradurrebbe in un taglio dell’inquinamento tra il 25 e il 30%. Nelle intenzioni del governo, solo un passaggio intermedio perché a tendere l’obiettivo è quello di convertire Acciaierie d’Italia (e magari l’intera siderurgia nazionale) all’idrogeno, protagonista principale del versante ecologico del Recovery. Uno scenario, quello dell’idrogeno “verde” (cioè interamente legato alle fonti rinnovabili), con tempi lunghi visto che oggi produrne un chilogrammo costa 40 volte di più di un litro di petrolio. Più alla portata l’idrogeno “grigio” che deriva dal gas naturale, o “blu” che deriva sempre dal metano ma cattura le emissioni di carbonio. Di tempo, però, il governo ne ha poco: i ritardi accumulati nell’ultimo anno di trattative stop and go con Arcelor-Mittal (per ultimo il mancato ingresso dei tre rappresentanti pubblici nel Cda), stanno deteriorando le strutture produttive dell’Ilva vanificando così la congiuntura favorevole dei mercati siderurgici. Da qui la volontà dell’esecutivo di anticipare la presa di possesso dell’azienda, al momento prevista per il maggio del 2022 quando Invitalia salirà al 60% del capitale. Si tratterebbe, nel caso, di un colpo d’acceleratore anche sui piani della transizione ecologica della ex Ilva, per la quale sono già in pista due concorrenti che propongono una curiosa competizione tra gruppi pubblici: da un lato il consorzio tra Danieli (progettista privato di impianti), Saipem (società pubblica nel settore energia) e Leonardo (gruppo pubblico hi-tech); dall’altro l’alleanza tra la tedesca Wurth (impiantistica) e Fincantieri (azienda statale della cantieristica navale).
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