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Acciaio, l’agonia Lucchini. A rischio altri 6.000 posti

Piombino è città di solida cultura del lavoro, responsabilità sindacale, tradizione politica. E ha un sindaco quarantenne, Gianni Anselmi, che dicono corra ventiquattr’ore al giorno per andare appresso alle emergenze sociali e cercare di tenere tutto insieme. Forse pure per queste ragioni la bomba d’acciaio, lì, ancora non è esplosa. Ma c’è, e il timer è innescato. La Lucchini, l’azienda che dopo la crisi della famiglia bresciana passò all’oligarca russo Alexei Mordashov, non è l’Ilva solo perché, a differenza che a Taranto, non è l’inaccettabile alternativa salute-occupazione a dilaniare famiglie e coscienze. Non è poco. E tuttavia non è sufficiente a garantire un futuro. Anche Piombino (come le fabbriche minori del gruppo) rischia di chiudere.
La sua lunga, lenta agonia ha cause diverse. Economiche, industriali, di mercato, certo. Ma anche di investimenti mancati e di mordi e fuggi pseudo-imprenditoriali. Il risultato comunque non cambia: se davvero esplodesse la bomba, lì, fatte le debite proporzioni avrebbe per il territorio effetti pari almeno a quelli che tutti abbiamo imparato a conoscere per il «caso Ilva».
Ha all’incirca 35 mila abitanti, la città. Dalla grande acciaieria malata dipendono direttamente più di duemila famiglie. Con l’indotto, se ne calcolano altre 3-4 mila. E considerato che sono in bilico anche le altre due attività importanti dell’area, la Magona e la Centrale Enel, a Piombino resterebbe in pratica solo il porto. Senza più industria, dovrebbe vivere quasi solo dei traghetti per l’Elba.
È uno scenario realistico? Drammaticamente sì. Le ultime notizie da una crisi consumata nel silenzio raccontano di un vertice chiave tra le banche che, per non bruciare totalmente i loro crediti, si sono fatte carico del piano di ristrutturazione del debito (subentrando in tutto e per tutto a Mordashov, formalmente ancora azionista di un 100% valutato un euro). Raccontano di perdite tra i 10 e i 14 milioni ogni mese. Di «cassa» ridotta a soli 110 milioni. Di frenetica accelerazione nella ricerca (advisor Rothschild) di un compratore perché, in caso contrario, già a metà 2013 l’ossigeno potrebbe essere finito. Si sono anche fatti dei nomi. Il fondo Usa Clash. Gli indiani di Jindal. Gli italo-svizzeri della Duferco. I bresciani della Feralpi o i vicentini Beltrame.
È un copione che però in città hanno già visto. E tutti conoscono il male profondo del gruppo. Quando arrivò Mordashov, salutato come un salvatore perché mise 400 milioni non nelle tasche dei Lucchini ma in quelle dell’azienda, l’economia mondiale tirava e di acciaio pareva non essercene mai abbastanza. Si sapeva, però, che la fabbrica era già «vecchia», l’ultima al mondo a produrre acciaio lungo a ciclo continuo, quella che più di altre avrebbe avuto bisogno di ristrutturazioni e dunque di investimenti. Non furono mai fatti. Tre anni dopo, nel 2008, con la grande crisi iniziò anche la lenta ritirata (accompagnata da qualche speculazione) dei russi. Il resto della recessione ha completato l’opera. Basta un dato a sintetizzare l’esito: oggi, su prezzi medi di mercato di 500-600 euro a tonnellata, l’acciaio made in Lucchini ha un differenziale di vendita di 60-80 euro. Significa che a un eventuale compratore l’impianto potrebbe anche essere regalato. Ma quello stesso compratore dovrebbe comunque poi metterci molti, molti liquidi. E scommettere, oltre che sul Paese dell’Ilva, su una ripresa che chissà quando arriverà. Perciò a Piombino tremano non meno che a Taranto.

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