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Acciaio di stato

Ritorna in forza l’impresa pubblica ? È questa una delle novità dietro l’angolo? Le recenti vicende bancarie non lasciano dubbio che il tema è nell’agenda della politica, perlomeno.

Non solo la presenza, ma secondo non pochi osservatori, proprio il contrario, l’assenza, la non sufficiente presenza di interventi pubblici od il ritardo degli stessi vengono, a bocce ferme, additati come concause, se non altro, di aggravamento della crisi finanziaria della fine del primo decennio. Di qui l’esigenza di riflessioni analitiche sul ruolo dell’intervento pubblico nel sistema bancario europeo: ruolo che i più recenti contributi in materia (si veda ora nel volume «Governance of Financial Institutions», curato da Busch, Ferrarini, von Solinge per le edizioni Oxford, il capitolo relativo alla proprietà pubblica delle istituzioni finanziarie) non paiono affatto respingere a priori.

Sin qui ci si muove nell’ambito finanziario, ma è evidente come la tentazione dell’intervento pubblico appaia (il caso Ilva, per tacere di Alitalia, è eloquente), anzi riappaia se non altro per operazioni di ristrutturazione, turnaround. Premono le centinaia di richieste di salvataggi su binari morti.

La Carta

Non è questa, certo, la sede per affrontare in linea teorica il problema dell’impresa pubblica, ma è un dovere intellettuale ricordare che l’Italia è istituzionalmente, per dettato costituzionale, un Paese ad economia mista. La libertà di iniziativa economica, e così implicitamente la concorrenza è il caposaldo dell’articolo 41 della Costituzione, ma la norma costituzionale contempla la connivenza tra attività economica «pubblica e privata» (articolo 41, terzo comma), così come tra proprietà pubblica e privata (articolo 42). Proprietà privata e pubblica possono convivere all’interno di una stessa impresa. Entrambe non possono svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Tollerano obiettivi di politica industriale. In questo coacervo si sintetizzano le componenti (liberista, cattolico sociale, socialista) il cui compromesso ha portato alla Costituzione. E in questo coacervo si realizza una struttura complessa, spesso annidata in opachi meandri e labirinti, ma non scevra da potenzialità innovative dell’economia italiana nelle sue stratificazioni storiche.

Le note degenerazioni ( non solo) del passato, il tarlo della politica, dell’inefficienza, del clientelismo hanno troppo spesso e a lungo occupato l’impresa pubblica, ma non possono trasformare il sistema economico istituzionale italiano in un sistema esclusivamente privato. Non è neppure questo, del resto, il sistema di «economia sociale di mercato fortemente competitivo» su cui si fonda l’Unione Europea.

Del resto guardiamo alla realtà. Il sistema Cassa Depositi e Prestiti, le grandi imprese a controllo pubblico quotato sono pilastri fondamentali nel sistema. Non si giustifica un atteggiamento negativo a priori ogniqualvolta (certo: spesso anche a sproposito) si ipotizza un intervento pubblico. Occorre procedere ad analisi di costi e benefici, in piena autonomia, al riparo da pressioni elettorali o peggio. È qui, semmai, che sta il punto. È qui, purtroppo, che il pregiudizio a priori trova un forte terreno di cultura. Al pregiudizio ideologico si deve resistere ricorda costantemente, per bocca del suo presidente Franco Bassanini, la meritoria Fondazione Astrid.

Le mosse nelle aziende in crisi

Con tutte le distinzioni del caso, con adeguati e ponderati controlli la via dell’intervento in equity o «quasi equity» di fondi sovrani (il pensiero corre, ovviamente, a quelli già esistenti) di matrice italiana può essere perseguito e proseguito con particolare successo rispetto non solo a imprese innovatrici, ma anche a storici marchi, oggi appannati e privi di energia. Il presupposto del non aver alle spalle una situazione di crisi come condizione per attivare questi interventi va rapidamente superato se si adottano criteri e metodi di intervento collaudati, controllati e controllabili. Il mercato dell’iniziativa privata è destinato, come è di regola, a recepire l‘impresa risanata dalla mano pubblica, ma eccezioni, sempre che il recupero sia avvenuto, sono pure esse compatibili con un’economia mista. E ciò senza contare che nel mercato globale, la distinzione tra proprietà pubblica e privata ha da tempo lasciato il campo a scenari ove sovrano e privato coesistono, a volte anche con imprese in forme diverse dalle classiche corporation.

La garanzia

Ben conosciamo le obiezioni a questa «provocazione» per una nuova fase del pubblico nell’economia, ma forse non conosciamo a fondo il trade off tra vantaggi e costi di un welfare assistenziale solo apparente, per settori e imprese in coma, così come sfuggono troppo spesso le paludi di politiche, tutt’altro che attive e felici, di recupero del lavoro.

L’impresa a proprietà pubblica trova importanti baluardi nella disciplina speciale dettata nella recente legislazione speciale sulle imprese pubbliche del 2016 ed in una giurisprudenza costituzionale che va arricchendosi e che vede nella tutela della concorrenza (intesa, ci dice Mario Libertini, in senso dinamico, innovativo, efficientistico, basato sul mercato) la garanzia primaria che la mano pubblica non ripeta o aggravi errori del passato e che «soggetti dotati di privilegi economici operino in mercati concorrenziali».

Aveva ragione il Presidente Carlo Azeglio Ciampi quando nelle Considerazioni Finali all’assemblea di Banca d’Italia del 1988 osservava come un buon governo non consista nel porre ritmi rigidi al continuo oscillare tra regolazione e deregolazione ( e così tra pubblico e privato), ma nel monitorarne «oscillazioni ad eccesso», anche, ci si permetta di osservare, lungo il mainstream di (apparente) rigoroso liberismo.

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