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Accesso vietato ai derivati Mef-banche

Non c’è segreto di Stato sui contratti “derivati” sottoscritti dal Tesoro con le banche, ma l’«interesse pubblico finanziario» prevale sul diritto d’accesso, e nulla cambia se a chiedere gli atti è un giornalista «interessato» a far conoscerne i rischi per i conti pubblici. Il Tar del Lazio – sentenza 13250/2015, Terza sezione, deposito 24 novembre -, ha bocciato così il ricorso di un cronista che contestava il silenzio del ministero dell’Economia e finanze sulla propria richiesta di accesso a «tutti» gli strumenti derivati siglati dal Mef con 19 banche e istituti finanziari, compresi gli ormai «noti» 13 accordi con clausola di recesso anticipato in rapporto al valore di mercato e negati anche ai parlamentari.
La domanda, valida per un’inchiesta giornalistica, era stata presentata poiché i documenti sui derivati non rientrano tra quelli coperti da segreto di Stato o tra quelli resi non divulgabili dalla Pubblica amministrazione interessata – in questo caso il Mef -, e quindi accessibili secondo le norme sull’accesso ai documenti amministrativi (articoli 22-28, legge 241/1990) e «stante la strumentalità dell’accesso rispetto all’esercizio dei diritti di cronaca e di informazione ossia del diritto costituzionalmente garantito alla libertà di informazione (articolo 21 Costituzione)». Per il ministero, al contrario, al giornalista non poteva essere riconosciuto alcun interesse all’accesso e la richiesta violava le norme (comma 3, articolo 24) poiché era «preordinata al controllo generalizzato (per quanto “settoriale”)».
Il Tar, in linea con le tesi del Consiglio di Stato (sentenza 4748/2014), ha spiegato che «laddove si ritenesse sufficiente l’esercizio dell’attività giornalistica ed il fine di svolgere una “inchiesta giornalistica” su una determinata tematica per ritenere, per ciò solo, il richiedente autorizzato ad accedere a documenti in possesso dell’Amministrazione nello svolgimento dei suoi compiti istituzionali, sol perché genericamente riconducibili all’oggetto di detta “inchiesta”, si finirebbe per introdurre una sorta di inammissibile azione popolare sulla trasparenza dell’azione amministrativa che la normativa sull’accesso non conosce».
Per il collegio, «la divulgazione di tali contratti (a prescindere dalla riconducibilità di essi ad una specifica fattispecie coperta da riservatezza) avrebbe riflessi pregiudizievoli sulle attività in derivati poiché determinerebbe uno svantaggio competitivo dello Stato nei riguardi del mercato e porrebbe in svantaggio competitivo gli stessi istituti di credito, controparti del Tesoro nei contratti in oggetto, così pregiudicando la disponibilità di essi ad applicare condizioni favorevoli con ripercussioni negative sull’intera gestione del debito pubblico».
Nella sentenza, i giudici amministrativi hanno sottolineato che per l’accesso (con copia) a questi documenti «non vale, in realtà, a differenziare la posizione del ricorrente il reiterato richiamo al diritto di cronaca giornalistica ex articolo 21 della Costituzione in quanto il contenuto costituzionalmente garantito di questo fondamentale diritto (…) si sostanzia nella pretesa a non subire ingerenze, condizionamenti o limitazioni dall’esterno da parte di qualsivoglia terzo nonché, specialmente, ad opera del potere pubblico e dei pubblici apparati (…)».

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