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Accesso ma non troppo

L’accesso civico parte il 23 dicembre 2016. Ma le eccezioni alla trasparenza sono tante e molto spesso gli atti dovranno essere forniti con «omissis» sui nomi delle persone. Freno all’accesso ai dati sensibili e giudiziari e ai dati dei minori. In ogni caso le pubbliche amministrazioni devono istituire un ufficio specializzato nel dare risposte alle istanze di accesso dei cittadini e devono adeguare i propri regolamenti entro il 23 giugno 2017. Sono alcune delle indicazioni dello schema di linee guida in attuazione dell’articolo 5 del dlgs 33/2013, modificato dal dlgs 97/2016 (cosiddetto Foia), elaborate dall’Autorità anticorruzione (Anac) con la partecipazione del garante per la protezione dei dati personali. Il documento è in consultazione pubblica fino al 28 novembre 2016. Ma vediamo di chiarire di che cosa stiamo parlando. Il decreto legislativo 97/2016 ha integrato il dlgs 33/2013, introducendo l’accesso civico generalizzato, ispirato agli istituti anglosassoni sulla trasparenza amministrativa. Il principio generale, almeno sulla carta, sarebbe l’accessibilità totale di tutti i documenti e i dati detenuti dalla pubblica amministrazione: chiunque potrebbe accedere a tutti i dati e i documenti senza dover dimostrare un particolare condizione e senza dover indicare una specifica motivazione. Questa, anzi, è proprio la formulazione del nuovo articolo 5 del dlgs 33/2013. Ma lo stesso articolo assoggetta l’accesso civico, che sembrerebbe di potenzialità amplissima, ad alcuni limiti posti da interessi pubblici e da interessi privati. Il decreto 33/2013, anche qui rivisitato dal correttivo del 2016, ha elencato i limiti e per gli interessi privati ha indicato la riservatezza delle persone fisiche. Il problema è che l’elencazione è generica e il dlgs non dà indicazioni specifiche sui singoli documenti e dati sottratti all’accesso, abbandonando tutti gli enti a una applicazione discrezionale, se non a macchia di leopardo e peggio contraddittorie (magari un comune dice di sì e un altro invece da un diniego a una istanza con lo stesso contenuto). Inoltre la norma primaria esclude l’accesso non in relazione a particolari interessi ma solo se questi interessi subiscano una lesione in concreto e se il diniego è necessario per evitare il pregiudizio. Insomma bisogna decidere caso per caso. Per tentare di rimediare a questa indeterminatezza, lo stesso dlgs 33/2013 ha affidato all’Anac il compito di elaborare linee guida per aiutare gli enti nella individuazione delle esclusioni e dei limiti all’accesso civico. Di queste linee guida l’Anac ha predisposto lo schema in consultazione pubblica, con l’obiettivo di avere il testo definitivo per partire dal 23 dicembre 2016. Le linee guida si muovono su due piani: il primo è organizzativo, il secondo riguarda il merito delle esclusioni. Quanto al merito, posto che saranno le singole amministrazioni a dovere indicare il dettaglio delle esclusioni e delle limitazioni, il documento da alcuni indirizzo generali: bianchetto sui dati personali, rispetto delle finalità della trasparenza (con esclusione delle finalità economiche), tutela della parte debole che rischia ritorsioni e da furti di identità, velo sui dati sensibili e giudiziari e dati dei minori. Un’esclusione assoluta riguarda i dati sanitari e quelli idonei a rivelare la vita sessuale o i dati identificativi dei beneficiari di sussidi, se se ne ricavano informazioni sanitarie o di disagio economico. Quanto al profilo organizzativo si chiede alle p.a. di istituire un ufficio specializzato per gestire le tantissime forme di accesso a dati, informazioni o documenti.

Antonio Ciccia Messina

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