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Accesso al preconcordato con i bilanci di tre anni

Nessuna scorciatoia sul preconcordato. La dichiarazione dei redditi non può sostituire il bilancio come indice dello stato di crisi. E poi la richiesta non può essere avanzata dall’imprenditore nel corso dell’udienza che deve invece decidere sull’ammissibilità del piano in precedenza presentato. Sono queste le conclusioni cui arrivano due diverse pronunce di merito sulla più recente rilevante novità della legge fallimentare, in vigore dal settembre 2012.
Nel primo caso, a intervenire è stato il tribunale di Mantova, con provvedimento del 31 gennaio. I giudici si erano trovati a dovere fare i conti con una domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo con riserva di presentare la proposta, il piano e la documentazione, come previsto dal nuovo articolo 161 della legge fallimentare. La società, contestualmente al ricorso, ha allegato una visura camerale, il verbale dell’assemblea dei soci, e il modello Unico relativo ai periodi d’imposta 2009, 2010 e 2011, oltre ad altri documenti di prima sommaria illustrazione del piano.
Dalla documentazione presentata i giudici traggono la conclusione che la società in questione è un’impresa commerciale fallibile, avendo superato le soglie di accesso alle procedure fallimentari; la sede è poi collocata nel circondario del tribunale, come prevede la riforma. Tuttavia la richiesta non può essere accolta perché, invece dei bilanci dei tre anni precedenti la domanda, sono state depositate le dichiarazioni dei redditi. Ma da queste ultime il tribunale non è in grado di verificare lo stato di crisi dell’imprenditore: «Il modello unico è uno strumento utilizzato unicamente per la determinazione del reddito, che unisce indicazioni frammentarie, tra loro non collegate e risente delle variazioni previste dalla specifica normativa fiscale».
Va poi considerata alla stregua di uno stratagemma indirizzato a paralizzare il percorso processuale, sostiene il tribunale di Monza con pronuncia del 15 gennaio, la richiesta del termine di presentazione del preconcordato, avanzata nel corso dell’udienza fissata per la dichiarazione di inammissibilità dell’originaria domanda di concordato. Domanda quest’ultima che era stata avanzata precedentemente all’entrata in vigore delle modifiche alla legge fallimentare. La presentazione della nuova domanda in un contesto in cui potrebbe essere accolta dal giudice l’istanza di fallimento ha la sospetta intenzione di volere bloccare l’eventuale dichiarazione provocando un grave pregiudizio alla massa dei creditori.
Infine, sempre in materia fallimentare, a pronunciarsi è stata anche la Corte di cassazione che, con la sentenza delle Sezioni unite n. 5945, depositata l’11 marzo, ha precisato che spetta al giudice italiano la giurisdizione sull’istanza di fallimento presentata nei confronti di una società di capitali, già costituita in Italia che, dopo il manifestarsi della crisi dell’impresa, ha trasferito all’estero la sede legale, nel caso in cui i soci, l’organo amministrativo oppure chi ha maggiormente operato per la società, siano cittadini italiani senza collegamenti significativi con lo stato straniero.

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