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Accesso al credito, troppi oneri

Le ultime misure adottate dalla Bce promettono di offrire migliori condizioni di accesso al credito per le piccole e medie imprese italiane, anche se da sole non basteranno a garantire la fine della stretta registrata negli ultimi anni. È questa la convinzione diffusa tra gli addetti ai lavori, che reclamano interventi del legislatore nazionale per favorire l’aggancio alla ripresa internazionale, intervenendo in particolare sul fronte delle garanzie.

Un buco che sfiora i 100 miliardi. Secondo uno studio realizzato dall’indice Confcommercio-Cer, dal 2010 in avanti le Pmi hanno dovuto fare i conti con 97,2 miliardi di mancato credito. Liquidità di cui le imprese avrebbero avuto bisogno, e che si sarebbero viste concedere in condizioni di mercato «normali». Invece il combinato disposto tra la crisi (a novembre le sofferenze sono arrivate a quota 181 miliardi di euro, il 21,2% in più rispetto a dodici mesi prima) e le nuove normative sui requisiti di capitale hanno spinto gli istituti di credito a stringere i cordoni della borsa. A novembre, segnala Bankitalia, i finanziamenti alle imprese sono scesi del 2,6% nel confronto annuo, confermando così il trend discendente. Inoltre, i tassi reali (cioè al netto dell’inflazione) pagati da una Pmi italiana sono attualmente superiori a quelli degli altri Paesi, più che doppi ad esempio rispetto alla Francia (3,3% contro 1,5%) e sensibilmente superiori alla Germania (dove si fermano all’1,9%). Questo comporta una perdita di competitività notevole, dato che comprime i margini delle aziende della Penisola nella competizione internazionale. Così, anche se il calo dell’euro rispetto al dollaro offre indubbi benefici alle imprese più orientate all’export, al tempo stesso resta immutata la zavorra dei costi aggiuntivi nei confronti degli altri membri dell’Eurozona.

 

Gli strumenti di politica monetaria. A fronte della prudenza con cui si muovono i singoli Stati, frenati dalle politiche di austerity necessarie per riportare in equilibrio i conti pubblici, la Banca centrale europea è intervenuta con due misure straordinarie: prima con l’avvio del Tltro, programma di finanziamenti a tasso agevolato alle banche dell’Eurozona, a patto che queste ultime si impegnino a girare il credito all’economia reale. Finora vi sono state due aste di Tltro, con le banche che hanno chiesto meno soldi del previsto, evidentemente perché stimano un ridotto impiego di denaro verso imprese e famiglie. In secondo luogo vi è stato l’annuncio che a marzo partirà il quantitative easing: la Bce e le banche centrali nazionali acquisteranno titoli di Stato in pancia agli istituti di credito, che potranno così generare profitto e, complici i rendimenti all’osso dei nuovi titoli di Stato, auspicabilmente riprenderanno a concedere crediti.

È quello che si aspetta anche Rete Imprese, secondo cui il quantitative easing rappresenta «una forte spinta agli investimenti e ai consumi». A questo punto la palla passa alle banche che potranno «disporre di maggiore liquidità per concedere più credito alle imprese e sostenere la ripresa degli investimenti e dell’occupazione. Un’ottima base, insomma, per l’avvio del rilancio economico».

Maggiore prudenza viene espressa, invece, dall’agenzia di rating Fitch, il programma di allentamento quantitativo della Bce difficilmente aumenterà in maniera significativa i guadagni delle banche della zona euro o farà ripartire in fretta i prestiti.

 

Le proposte di Confcommercio. Secondo Pietro Agen, vice presidente incaricato per le politiche del credito e della finanza di Confcommercio, è necessaria un’azione delle autorità di vigilanza per calmierare i costi accessori del credito. L’accusa rivolta alle banche è relativa in particolare «sia al costo forfettario imposto per la facoltà di scoperto, che diventa percentualmente esplosivo a fronte di uno scarso utilizzo della stessa, sia per quanto attiene alla commissione di istruttoria veloce (la cosiddetta civ) che Istituti bancari utilizzano, ormai, in modo sistemico e con costi eccessivi».

In secondo luogo l’associazione reclama la partecipazione del sistema bancario alle iniziative avviate dalla Bce: «Chiediamo che il credito a imprese e famiglie destinato a incidere sul prodotto interno lordo, venga avvantaggiato rispetto al credito concesso per finalità speculative», spiega Agen. Per Confcommercio, gli interventi straordinari messi in campo dalla Banca centrale europea rappresentano una grande opportunità, ma è necessario che a livello nazionale si realizzino azioni complementari. La terza richiesta riguarda il rilancio degli strumenti di garanzia destinati alle micro, piccole e medie imprese, considerato che il Fondo di garanzia per le Pmi nel corso del tempo ha perso la sua connotazione originaria di favorire le imprese minori con difficoltà di accesso al credito, a beneficio della garanzia diretta concessa a favore delle banche. Pertanto, al fine di riequilibrare tale situazione si propone di ridurre le percentuali della garanzia diretta concessa alle banche, nonché valorizzare e sostenere il ruolo dei confidi radicati sul territorio sia come garanti, che come conoscitori delle imprese minori.

Per finire, l’associazione dei commercianti reclama la costituzione di un fondo di natura immobiliare a garanzia delle Pmi, nel quale far confluire i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata. Questo fondo verrebbe utilizzato dal sistema dei confidi per garantire finanziamenti alle piccole e medie imprese.

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