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Accertamenti, trappola in banca

di Debora Alberici 

Ampliata la portata applicativa dell'accertamento motivato per relationem. È infatti legittimo l'atto impositivo nei confronti del lavoratore autonomo basato sugli assegni emessi in suo favore da un'azienda cliente e risultanti da una relazione della Guardia di finanza allegata all'atto. È quanto affermato dalla Suprema corte di cassazione che, con la sentenza numero 22875 del 3 novembre 2011, ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle entrate presentato contro la decisione della Ctr che aveva ritenuto illegittimo l'accertamento Iva nei confronti di un lavoratore autonomo spiccato in seguito a un'indagine della Guardia di finanza sui conti dell'impresa e negli uffici presso i quali erano stati rinvenute copie di assegni. Insomma, d'ora in avanti per il fisco nessun problema se le verifiche si concentreranno, non sui documenti del lavoratore autonomo o sui suoi conti, ma su quelli dell'azienda cliente. Sul punto la sezione tributaria ha precisato che «l'astrattezza cartolare, che connota l'assegno bancario, costituisce una qualità di tale titolo di credito, rilevante rispetto alla sua circolazione ed alle eccezioni opponibili dal debitore al portatore, ma non esclude che la dizione di un assegno costituisca, ai fini della prova per presunzioni, un fatto noto, idoneo a rappresentare un trasferimento di ricchezza dall'emittente al prenditore, da cui è consentito desumere, nel giudizio di merito, il fatto ignoto dedotto da una delle parti del processo». Ma non solo. Secondo la sezione tributaria un procedimento di questo tipo, attuato dall'ufficio delle Entrate, non viola l'articolo 52 del dpr 633 del 1972 e la presunzione di produzione di reddito legata ai documenti rintracciati dalle Fiamme gialle durante le indagini. Insomma la sentenza depositata ieri dalla Suprema corte segna un significativo passo avanti sull'accertamento fiscale per presunzioni. Finora, infatti, gli Ermellini hanno affrontato più il problema di controlli incrociati fra società: la contabilità di un fornitore può tradire irregolarità fiscali del cliente. Una verifica, questa, abbastanza agevole per gli agenti tributari dato che normalmente le fatture devono essere registrate. Dunque, oltre al floppy, i conti dei parenti e dei dipendenti, i brogliacci ora anche le tracce dell'assegno emesso in favore di un lavoratore autonomo legittimano l'atto impositivo. Recentemente la stessa Cassazione (sentenza n. 10390/2011) aveva dato segnali di voler ampliare ancora molto la validità delle presunzioni utilizzabili dall'amministrazione. Infatti in quell'occasione Piazza Cavour ha affermato che è legittimo l'accertamento fiscale basato sul file anonimo rinvenuto presso un fornitore dell'azienda finita nel mirino dell'amministrazione finanziaria. Insomma non bastava il brogliaccio dell'imprenditore, il Cd in azienda e gli appunti presso i fornitori. La Cassazione dice che a sorreggere l'accertamento è sufficiente anche un file anonimo trovato dalla Guardia di finanza nel pc del fornitore.

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