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Accertamenti senza limiti anche per le operazioni passate

«Conservate, gente, conservate». Parafrasando un vecchio e fortunato spot, è questo il messaggio che i consulenti stanno diffondendo tra i propri clienti dopo la sentenza 8500/2021 delle Sezioni unite della Cassazione. La parola d’ordine è “non si butta via nulla, mai”, per la gioia delle società che affittano spazi ad uso deposito o vendono scanner, programmi e servizi per la conservazione digitale.

Il vero dramma, però, riguarda il passato. Come spiegare all’imprenditore, intenzionato a cedere quest’anno la propria azienda, che il calcolo della plusvalenza/minusvalenza può essere a rischio di accertamento (sino almeno al 2027) se non si ritrova più la fattura – possibilmente in originale – con cui nel 1988 ha acquistato il capannone? E questo anche se il costo è stato sempre correttamente iscritto nel registro dei beni ammortizzabili e riportato negli oltre 30 bilanci successivi all’acquisto depositati al Registro imprese.

Le 36 pagine di motivazione della sentenza sono ben argomentate sotto l’aspetto giuridico: tra le norme a tutela dell’accertamento e quelle che fissano termini per la conservazione documentale, ai fini dell’interesse erariale devono prevalere le prime. Ciò che non convince è il risultato.

Facciamo un passo indietro. Dagli anni 90 il Fisco ha impresso una svolta telematica senza precedenti nella gestione dei dati fiscali, investendo molto in termini di risorse e, in parallelo, imponendo centinaia di adempimenti con costi e impiego di tempo rilevantissimi, che solo l’arruolamento quasi “a tempo pieno” degli intermediari ha reso possibile. Il risultato è che oggi abbiamo uno dei sistemi più avanzati del mondo in questo campo, in cui ogni dato, praticamente in tempo reale, viene trasmesso all’amministrazione.

Quali vantaggi in termini accertativi per i contribuenti ha comportato tutto questo? Per rispondere consideriamo due elementi. Primo: con il Dlgs 241/1997 furono anticipati i termini di controllo (articolo 36-bis e 36-ter) e di accertamento delle imposte sui redditi (articolo 43, Dpr 600/73), con la motivazione che la telematica aveva reso più veloci i tempi di verifica. La legge di Stabilità 2016 – per effetto di una sorta di “baratto” con l’abrogazione del raddoppio dei termini in caso di denunciata violazione penal-tributaria – ha riportato l’orologio indietro, ripristinando i cinque anni dalla presentazione della dichiarazione (sette anni in caso di dichiarazione omessa).

Seconda considerazione: per ottenere il rimborso Iva le imprese devono fornire in sede di controllo le copie cartacee “di cortesia” delle fatture già presenti nello Sdi, esattamente come vent’anni fa.

È evidente che i margini di miglioramento verso una maggiore simmetria tra adempimenti imposti e semplificazioni raggiunte paiono ancora notevoli.

C’è anche da chiedersi come sia possibile che un costo sostenuto oggi, nel 2021, resti accertabile (sospensioni emergenziali a parte) sino a fine 2027. E questo anche se tale costo è presente “in simultanea” nello Sdi e dal 30 novembre 2022 sarà contenuto in una dichiarazione accessibile all’Agenzia. In termini di innovazione telematica si tratta di una generazione successiva, senza considerare che, diversamente dal passato, a tale data chi ha deciso quel costo e chi lo ha contabilizzato difficilmente saranno ancora presenti in quell’azienda.

Peraltro, se si tratta di un costo pluriennale o legato a situazioni di riporto illimitato nel tempo (perdite fiscali, eccedenze di interessi passi non dedotte, eccedenze di Rol, eccedenze Ace eccetera) la Cassazione conferma che la necessità di mantenere memoria di tutto riguarda un tempo pressoché indefinito.

L’allungamento si riflette anche sui privati: ad esempio, a un pensionato che oggi ristruttura casa con la detrazione del 50% si chiede di conservare qualunque documento utile fino al 2036. Decisamente qualcosa va cambiato.

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