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Accertamenti senza garanzie

Accertamenti a tavolino senza contraddittorio. Le garanzie fissate dall’articolo 12 dello Statuto del contribuente si applicano soltanto agli atti emessi a seguito di accessi, ispezioni o verifiche fiscali effettuate presso la sede del soggetto sottoposto a controllo. Oppure quando la rettifica, sebbene giunta senza un preventivo confronto tra le parti, riguardi tributi armonizzati (per esempio l’Iva). Questo il verdetto emesso ieri dalle sezioni unite civili della Cassazione, che con la sentenza n. 24823 del 2015 ribaltano l’orientamento assunto dalla stessa suprema corte lo scorso anno.

Sono state centinaia le sentenze, di merito e di legittimità, che hanno interpretato in un modo o nell’altro l’obbligo del contraddittorio endoprocedimentale. Il quesito portato all’attenzione degli ermellini era quindi di particolare importanza, dal momento che può immediatamente riflettersi su una moltitudine di procedimenti in corso.

L’articolo 12, comma 7 della legge n. 212/2000 fissa una serie di paletti ai poteri dell’Agenzia delle entrate. Si tratta di garanzie procedimentali quali la formazione del verbale di chiusura delle operazioni, il rilascio di copia del verbale al contribuente, la facoltà del contribuente di comunicare osservazioni e richieste (e corrispondente dovere dell’ufficio di tenerle in considerazione), il divieto per l’ufficio di emettere l’avviso prima della scadenza del termine dilatorio di 60 giorni dal rilascio del verbale (salva la ricorrenza di particolare e motivata urgenza). La giurisprudenza si è occupata a più riprese della materia, emettendo sentenze su ciascuno dei paletti elencati dallo Statuto. Ma se fino allo scorso anno la sezione tributaria della Cassazione aveva sempre limitato la portata di tali previsioni agli accertamenti originati da verifiche «a domicilio», con due sentenze gemelle (nn. 19667 e 19668 del 2014) le sezioni unite hanno evocato l’esistenza di un principio generale, immanente nell’ordinamento (anche per derivazione comunitaria), che imporrebbe l’osservanza del contraddittorio su qualsiasi atto dell’amministrazione fiscale sfavorevole al contribuente. Ieri la retromarcia dei giudici di legittimità.

Dopo una lunga ricostruzione giuridica delle norme domestiche e comunitarie, la sentenza redatta dal consigliere Aurelio Cappabianca afferma che «differentemente dal diritto dell’Ue, il diritto nazionale non pone in capo all’amministrazione un generalizzato obbligo di contraddittorio endoprocedimentale, comportante, in caso di violazione, la nullità dell’atto». Il precetto risulta pertanto obbligatorio solo con riferimento ai tributi armonizzati, per i quali trova diretta applicazione il diritto dell’Ue. Anche in tali ipotesi, comunque, la nullità non è automatica: l’assenza di un utile contraddittorio deve essere puntualmente sollevata dal contribuente in maniera «non pretestuosa».

Per tutti gli altri tributi disciplinati a livello nazionale (tra i quali Irpef, Ires, Irap), l’obbligo del contraddittorio esiste, a pena di invalidità dell’atto, «esclusivamente in relazione alle ipotesi per le quali risulti specificamente sancito». Come nel caso delle verifiche presso la sede del contribuente, ma non quando, per esempio, la contestazione nasce dall’incrocio di banche dati, da elementi acquisiti da altre p.a. o da terzi, o ancora dalle risposte a questionari.

Nel caso concreto finito sul tavolo delle sezioni unite, una società immobiliare era stata raggiunta da un accertamento analitico-induttivo ai fini Ires e Irap, dopo che il fisco aveva rivisto al rialzo l’effettivo prezzo di vendita di alcuni fabbricati. Perso il ricorso in primo grado, la Ctr Emilia Romagna aveva però accolto le ragioni del contribuente, per mancanza del contraddittorio preventivo. Un’interpretazione incompatibile con quella affermata ieri da piazza Cavour. Da qui l’annullamento della sentenza impugnata.

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