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Accertamenti informatizzati

La tecnologia informatica alleata del fisco. Nell’era dell’elettronica, di internet e dell’icloud, salvare dati aziendali su floppy disk, chiavi Usb e altri supporti magnetici o digitali può costare caro, anzi carissimo, all’imprenditore. Sempre più spesso infatti le problematiche inerenti l’acquisizione di documentazione contabile o di altra natura contenuta in supporti informatici costituisce argomento all’ordine del giorno di ogni attività di verifica tributaria.

I supporti informatici presso i quali tale documentazione potrebbe essere contenuta sono ovviamente sia i personal computer utilizzati dal contribuente siano essi anche destinati all’attività di elaborazione delle scritture contabili o meno, nonché tutti gli altri tipi di supporto utili alla conservazione e archiviazione di dati e documenti (floppy-disk, compact disk, chiavette Usb ecc.).

Il comma 9 dell’articolo 52 del dpr n.633/72 prevede, in deroga alle disposizioni contenute nel precedente comma 7, che gli impiegati dell’Amministrazione finanziaria addetti alle operazioni di verifica che procedono all’accesso presso i locali del contribuente, nel caso in cui si accertino che tale soggetto si avvale di sistemi meccanografici, elettronici e simili, possono provvedere con mezzi propri all’elaborazione dei supporti informatici all’interno dei quali possono essere archiviate le scritture contabili e altri documenti e dati, al di fuori dei locali stessi nell’ipotesi in cui il contribuente non consenta l’utilizzo dei propri impianti e del proprio personale.

Sul tema è tornata pochi giorni fa la sezione tributaria della Corte di cassazione che, con la sentenza n. 4600 depositata lo scorso 9 marzo, ha sancito l’utilizzabilità ai fini dell’accertamento di una contabilità parallela aziendale rinvenuta su alcuni supporti informatici acquisiti durante l’accesso.

La Cassazione torna dunque a pronunciarsi sulla utilizzabilità della documentazione extracontabile e sulla necessità di adeguata motivazione in merito alla validità della stessa, ribadendo l’orientamento già espresso in tema di difetto di motivazione dalle Sezioni Unite con la famosa sentenza n. 24148 del 2013.

Il principio, di per sé non nuovo, secondo cui affinché sia configurabile il vizio di difetto di motivazione occorre che dal ragionamento del giudice risulti la «totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre a una diversa decisione» o la «obiettiva carenza del procedimento logico» che ha portato il giudice al proprio convincimento, ha portato, nel caso della sentenza in commento, alla Cassazione della pronuncia della Commissione tributaria regionale del Lazio, il cui ragionamento è stato ritenuto «gravemente lacunoso» per l’omessa valutazione di alcuni elementi di fatto ritenuti non trascurabili.

Ed è proprio tra gli elementi probatori che i giudici di merito avrebbero valutato troppo frettolosamente, che la Cassazione ha evidenziato la documentazione extracontabile estrapolata da floppy disk rinvenuti nel corso delle verifiche condotte dalla Guardia di finanza, dalla quale erano emerse attività non dichiarate, consistenti nell’omesso rilascio di ricevute fiscali e movimentazioni bancarie su conti correnti intestati alla società, all’amministratore e ai soci.

Ebbene, per i giudici di legittimità anche i supporti informatici possono legittimamente essere considerati documentazione extracontabile, al pari degli appunti, delle annotazioni personali, dei brogliacci o delle agende dell’imprenditore, da cui possono desumersi attività non dichiarate e, dunque, un grave indizio dell’incompletezza o inesattezza delle dichiarazioni, consentendo perciò all’amministrazione finanziaria di procedere alla rettifica del reddito.

Come è noto infatti ai fini dell’accertamento di operazioni non contabilizzate in via «ufficiale» è utilizzabile qualsiasi forma di documentazione astrattamente idonea a evidenziarne l’esistenza, a condizione che sia stata legittimamente rinvenuta nel corso di verifiche fiscali (in tal senso si vedano Cass. 3222 del 2007, n. 2217 del 2006, n. 3222 del 2006).

Lo stesso principio vale oggi anche per la documentazione informatica.

La stessa Corte di cassazione, peraltro, aveva già avuto modo di esprimersi sulla validità dei documenti informatici come elementi probatori dell’esistenza di documentazioni extracontabile.

Già con l’ordinanza n. 5226 del 30/3/2012, infatti, gli ermellini avevano stabilito che i file estrapolati legittimamente dal pc dell’imprenditore, nei quali sia contenuta contabilità non ufficiale, costituiscono, in quanto scritture dell’impresa stessa, elemento probatorio presuntivo, utilmente valutabile, previa verifica della loro attendibilità.

Con la conseguenza che detti file non possono essere ritenuti dal giudice, di per sé, irrilevanti circa la prova della esistenza di operazioni non contabilizzate, senza che a tale conclusione conducano l’analisi dell’intrinseco valore delle indicazioni da essi risultanti e la comparazione delle stesse con gli ulteriori dati acquisiti e con quelli emergenti dalla contabilità ufficiale del contribuente.

Anche la documentazione extracontabile estrapolata da supporti informatici, purché legittimamente acquisita, contribuisce alla formazione del quadro probatorio che il Giudice deve necessariamente valutare in sede di verifica di un accertamento analitico induttivo.

Più di recente sempre la Cassazione (sentenza n. 20902/2014) aveva avuto modo si stabilire che in materia di accertamento delle imposte sui redditi, le presunzioni semplici costituiscono una prova completa alla quale il giudice di merito può attribuire rilevanza ai fini della formazione del proprio convincimento e la «contabilità in nero», costituita da documenti informatici (cosiddetti «file»), estrapolati dai computer nella disponibilità dell’imprenditore, costituisce, elemento probatorio, sia pure meramente presuntivo, legittimamente valutabile, in relazione all’esistenza di operazioni non contabilizzate. Ne deriva che tali documenti informatici non possono essere ritenuti dal giudice, di per sé, probatoriamente irrilevanti, senza che a tale conclusione conducano l’analisi dell’intrinseco valore delle indicazioni da essi promananti e la comparazione delle stesse con gli ulteriori dati acquisiti e con quelli emergenti dalla contabilità ufficiale del contribuente.

Andrea Bongi e Silvia Bartolozzi

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