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Accertamenti definitivi, sì al ricorso dei soci

Quando il socio riceve un accertamento personale, recante la tassazione per trasparenza dei redditi accertati in capo alla società di persone, costui può sempre tutelare la propria posizione contestando, nel merito, i rilievi d’imposta formulati nei confronti della società; ciò anche nel caso in cui l’accertamento societario sia divenuto definitivo per mancata impugnazione. È quanto si evince dalla sentenza n. 8442/52/15 della Ctr della Campania, depositata in segreteria lo scorso 24 settembre. Il collegio di seconde cure conferma la decisione dei colleghi provinciali di accoglimento parziale del ricorso, con rideterminazione della misura della pretesa in ragione di condivisibili circostanze di merito. Il socio di una società in accomandita semplice proponeva ricorso contro l’avviso di accertamento personale, emesso a seguito di un precedente avviso di accertamento spiccato nei confronti della società che individuava maggiori redditi in capo alla stessa; tali redditi venivano spalmati, per trasparenza, sui soci in maniera proporzionale alla partecipazione.

L’accertamento della società diventava definitivo per mancata impugnazione. Nel ricorso proposto dal socio, costui entrava nel merito della rideterminazione, contestando i rilievi d’imposta mossi nei confronti della società, che avevano determinato la pretesa fiscale vantata nei suoi confronti. La resistente Agenzia delle entrate sosteneva, invece, che l’intervenuta definitività dell’accertamento societario rappresentasse una preclusione per il socio di contestare i rilievi d’imposta in esso contenuti. D’altronde, l’autonomo accertamento rivolto al socio non era altro che la trasposizione di redditi (ormai definitivamente) accertati in capo alla società, ai sensi dell’articolo 5 del Tuir. I giudici tributari partenopei hanno smentito tale impostazione tanto in primo quanto in secondo grado. L’imponibile addebitato al socio, dunque, è stato rideterminato in ragione dell’accoglimento parziale delle eccezioni di merito sollevate dal socio, pur se riferite ai rilievi d’imposta formulati nei confronti della società. Non osta, dunque, l’intervenuta definitività dell’accertamento societario, all’opposizione autonoma proposta dal socio e riferita alle questioni contestate alla società stessa. Nella sentenza della Ctr, il giudice si duole anche del fatto che la stessa Agenzia delle entrate non abbia considerato le contestazioni, i documenti e le osservazioni fornite dal ricorrente. La specificità della vicenda, tuttavia, ha indotto il collegio a disporre l’integrale compensazione delle spese.

«[omissis]

Con sentenza 10261/41/2014 del 23 aprile 2014, depositata il 24/4/2014 la Commissione tributaria provinciale di Napoli accoglieva parzialmente il ricorso compensando le spese.

In sostanza i giudici di prime cure, hanno ritenuto, preliminarmente sussistente la legittimazione autonoma del socio all’impugnazione, anche nel merito, dell’avviso di accertamento emesso nei confronti della società e richiamati, per relationem, quello adottato nei suoi confronti.

Riconosciuta tale facoltà hanno, successivamente, ritenuto che l’amministrazione abbia errato nel non tenere conto delle rimanenze finali dell’anno 2006 nel determinare induttivamente il reddito di quell’anno.

[omissis]

Avverso tale decisione l’agenzia delle entrare, in data 18/12/2014, presentava appello con il quale si doleva della decisione del giudice di prime cure evidenziando l’errore nel quale quest’ultimo sarebbe incorso nel non tener conto del fatto che l’avviso di accertamento nei confronti della società era ormai divenuto definitivo per mancata impugnazione nei termini.

Quanto al merito osservava che l’importo delle rimanenze finali non può essere riconosciuto senza che ne sia stata provata l’effettiva esistenza attraverso il ricorso contabile e documentale degli acquisti effettuati nell’anno.

[omissis]

Quanto alla rideterminazione dell’imponibile, si osserva che appare pienamente condivisibile la decisione dei giudici di prime cure che, nella quantificazione dell’ammontare del venduto, hanno ritenuto necessario tenere conto, oltre che delle rimanenze finali indicate nella dichiarazione dei redditi precedente a quella omessa anche delle rimanenze finali indicate nella dichiarazione dei redditi presentata l’anno successivo atteso che, proprio per la peculiare genesi della vicenda, non può dirsi ragionevolmente acquisito alcun elemento di sospetto sull’attendibilità dei dati contabili delle dichiarazioni effettivamente presentate che, peraltro, non risultano nemmeno esaminati o confutati dall’amministrazione finanziaria.

La specificità della vicenda, con particolare riferimento al parziale accoglimento in primo grado del ricorso e del rigetto dell’appello sulla base della documentazione prodotta solo in secondo grado, giustifica la compensazione delle spese

P.Q.M.

Rigetta l’appello. Compensa le spese».

 

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