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Accertamenti, conta la gestione

La regolarità formale della contabilità non blocca l’accertamento induttivo; tutte le volte che, a dispetto della trasparente e corretta tenuta delle scritture contabili e dei documenti di bilancio, la gestione aziendale appaia priva di ragionevolezza e connotata da antieconomicità, l’amministrazione finanziaria è legittimata a rettificare i risultati dichiarati anche sulla base di presunzioni semplici. È questa la conclusione cui giunge la Cassazione con sentenza n. 15250 del 12 settembre 2012. Nella fattispecie la Corte ha riconosciuto la validità dell’accertamento induttivo basato sulla valutazione delle rimanenze finali diverse da quelle dell’esercizio successivo, rimanenze iniziali, nonostante, per tale periodo, fosse stato richiesto, dal contribuente, l’accertamento con adesione.

Nel caso di specie l’Agenzia delle entrate ha operato una ricostruzione induttiva del reddito del contribuente, basata sull’attribuzione al venduto di parte delle merci acquistate nell’anno precedente ed effettuando una opportuna comparazione con la documentazione contabile fornita dall’imprenditore. Da tale raffronto è emersa la presenza di una cospicua giacenza di magazzino superiore all’ammontare dei ricavi dichiarati che erano inferiori ai costi di acquisto delle merci; ciò che mette in evidenza una ingiustificabile antieconomicità della gestione aziendale, a sua volta idonea a far scattare l’accertamento induttivo del reddito non dichiarato dal contribuente. L’aspetto rilevante di tale ricostruzione è che per il periodo di imposta successivo a quello oggetto di rettifica il contribuente ha definito, mediante accertamento con adesione, il valore delle proprie rimanenze iniziali di merci. Proprio su tale cristallizzazione si è basata la difesa presso le commissioni tributarie adite. La definizione delle rimanenze iniziali di un periodo avrebbe dovuto, secondo il contribuente, attribuire analogo valore alle rimanenze finali del periodo precedente, sterilizzando, di fatto, qualsiasi intervento dell’amministrazione. Non così, però, per la Corte di cassazione secondo cui non corrisponde la reciprocità tra le rimanenze delle merci in magazzino finali e le merci iniziali, stante il principio di autonomia dei periodi d’imposta sancito dall’articolo 7 del dpr 917/1986. Secondo i giudici di legittimità, infatti, se è vero come è vero che, le rimanenze finali di un esercizio sono pari a quelle iniziali dell’esercizio successivo, non è altrettanto valido il caso contrario.

Se dunque i periodi di imposta sono autonomi, ai sensi dell’articolo 7 del Tuir, non si può automaticamente traslare un valore relativo a un anno sullo stesso componente dell’anno prima (rimanenze). In tal modo, scardinata tale automaticità, spetta al contribuente l’onere di provare che i costi, o qualsiasi altro elemento negativo del reddito, siano inerenti e direttamente imputabili all’attività produttiva.

Con riferimento alla possibilità di espletare l’accertamento induttivo anche in presenza di contabilità regolare, la sentenza precisa che ciò è possibile tutte le volte che le scritture appaiano in contrasto con i principi della ragionevolezza e dell’antieconomicità della gestione d’impresa. Peraltro anche in precedenza (Cass. 6337/02, 1711/07) era stato sottolineato che «_ è, pertanto, consentito all’ufficio dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di presunzioni semplici – purché gravi, precise e concordanti – maggiori ricavi o minori costi, con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente». In tal modo è stata giudicata corretta l’interpretazione dell’amministrazione finanziaria alla luce dei consistenti elementi di dubbio rilevati dalla documentazione contabile presentata dal contribuente. L’accertamento dei maggiori redditi prodotti, calcolati sulla base dell’evidente disparità tra le rimanenze finali e le rimanenze iniziali, è legittimo anche se quest’ultime sono state oggetto di accertamento induttivo con adesione.

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