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Accertamenti bancari ko per gli autonomi

In tema di accertamenti bancari, basati sui prelievi e versamenti sul conto corrente non giustificati, la presunzione reddituale vale soltanto nei confronti degli imprenditori e non dei lavoratori autonomi: la dichiarazione di incostituzionalità dell’articolo 32, primo comma, n. 2, ha travolto, infatti, l’equiparazione tra imprese e autonomi e rappresenta uno jus superveniens, promuovendo i propri effetti sulle cause in corso. È quanto si legge nella sentenza n. 24862/16 della Corte di cassazione. La vicenda nasce dal ricorso proposto da un lavoratore autonomo della provincia di Ragusa, contro un avviso di accertamento basato sulle indagini finanziarie e sulla mancata giustificazione, analitica dei movimenti riscontrati sui conti correnti bancari nell’anno 2007. Gli accertamenti bancari erano stati estesi anche ai lavoratori autonomi, con la disposizione apportata dall’art. 1, comma 402, della legge 311/2004, che aveva aggiunto la locuzione «o compensi» (richiamando dunque ai componenti positivi di reddito degli autonomi), alla già presente previsione normativa. Dopo vicende alterne nei gradi di merito, il contribuente impugnava la sentenza della Ctr di Palermo che aveva accolto parzialmente il suo appello, rideterminando la pretesa erariale in una misura inferiore. Nel ricorso per Cassazione, si evidenziavano le sostanziali novità sulla materia, avutesi per effetto della sentenza 24/9- 6/10 2014, n. 228 (G.U. 8/10/ 2014, n. 42-Prima serie speciale) della Corte costituzionale. Con tale sentenza, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del secondo periodo del citato articolo 32, limitatamente alle parole «o compensi». In particolare, la sentenza rilevava l’incongruenza della doppia correlazione prelevamento=costo, e costo=compenso, propria di tale presunzione accertativa, poiché essa mal si attaglia alla produzione di reddito di lavoro autonomo, ove non a ogni costo corrisponde, concettualmente, la percezione di un compenso. Con tale pronuncia della Consulta, dunque, è venuta meno l’estensione anche ai lavoratori autonomi della presunzione accertativa. La modifica, spiega la Cassazione, deve considerarsi uno jus superveniens e produce effetti sulle controversie in corso. La sentenza della Ctr di Palermo è stata dunque cassata, con rinvio ad altra sezione per procedere anche alla decisione sulle spese del giudizio di legittimità.

[omissis] Con il primo motivo il ricorrente, ex art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ., deduce violazione di legge in relazione agli artt. 42, primo e terzo comma, dpr 600/1973 e 54, dpr 633/1972 in conseguenza della sentenza n. 37/2015 della Corte costituzionale, considerata quale jus superveniens applicabile. ( )

Risulta infatti sicuramente applicabile quale jus superveniens la dichiarazione di incostituzionalità dell’art. 32, primo comma, n. 2, dpr 600/1973 nella parte in cui prevedeva una presunzione legale relativa di reddito in relazione alle movimentazioni bancarie dei lavoratori autonomi. Questa Corte ha infatti già reiteratamente affermato che: «In tema di accertamento delle imposte sui redditi, la presunzione di cui all’art. 32 del dpr n. 600 del 1973, secondo cui sia i prelevamenti sia i versamenti operati sui conti correnti bancari, non annotati contabilmente, vanno imputati ai ricavi conseguiti, nella propria attività, dal contribuente che non ne dimostri l’inclusione nella base imponibile oppure l’estraneità alla produzione del reddito, si riferisce ai soli imprenditori e non anche ai lavoratori autonomi o professionisti intellettuali, essendo venuta meno, a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 228 del 2014, la modifica della citata disposizione, apportata dall’art. 1, comma 402, della legge n. 311 del 2004, sicché non è più sostenibile l’equiparazione, ai fini della presunzione, tra attività d’impresa e professionale per gli anni anteriori» (sez. 5, n. 23041 del 2015 e n. 12781 del 2016). Si ritiene pertanto la sussistenza dei presupposti di cui all’art. 375, cod. proc. civ. per la trattazione del ricorso in camera di consiglio e se ne propone l’accoglimento in relazione al secondo motivo, con rinvio alla Ctr siciliana per nuovo esame tenuto conto degli effetti di detta pronuncia di incostituzionalità». Il Collegio condivide la relazione depositata, precisando tuttavia che il primo motivo, prima ancora che infondato, è inammissibile, trattandosi di questione posta ex novo soltanto con il ricorso per cassazione, mentre evidentemente doveva essere fatta oggetto di uno specifico motivo del ricorso introduttivo del processo. La sentenza impugnata deve essere quindi cassata con rinvio al giudice a quo per nuovo esame.

PQM La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Sicilia anche per le spese del presente giudizio.

Nicola Fuoco

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