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Accertamenti, 1 su 3 ignorato

Quasi un accertamento su tre emesso dall’Agenzia delle entrate lo scorso anno è stato ignorato dai contribuenti. Tecnicamente si chiama «definizione per inerzia» e rappresenta quegli atti che, una volta ricevuti da cittadini e imprese, non vengono né pagati con le modalità agevolate previste dall’ordinamento (adesione, acquiescenza) né impugnati davanti al giudice. Nel 2015 sono stati 88.474, pari al 29% degli accertamenti emessi, che valgono il 37% della maggiore imposta complessivamente addebitata ai contribuenti (circa 7,6 miliardi di euro). Cifre che, seppure in calo rispetto al 2014, risultano «davvero anomale e preoccupanti», tenuto conto che il tentativo di incassare tramite ruolo queste somme «con ogni probabilità si tradurrà successivamente, dopo ulteriori costi gestionali, in quota inesigibile». A parlare è la Corte dei conti, nella relazione sul rendiconto generale dello Stato per il 2015 (si veda ItaliaOggi di ieri). Storicamente gran parte degli accertamenti divenuti definitivi per inerzia del contribuente fa capo infatti a soggetti nullatenenti, oppure a imprese prossime al fallimento o ancora sparite nel nulla dopo aver commesso illeciti fiscali. Tanto è vero che nella fascia dei grandi contribuenti, ossia le imprese con volumi d’affari superiori ai 100 milioni di euro, tale «disattenzione» riguarda l’1,7% degli accertamenti. Percentuale più elevata per le imprese di medie dimensioni (8,7%), mentre decisamente maggiore tra le imprese di minori dimensioni. Per questa categoria, infatti, la definizione per inerzia «costituisce il 40% del numero di accertamenti ordinari eseguiti, con una maggiore imposta pari al 55% del totale accertato». Su quasi 141 mila atti notificati nel 2015, infatti, sono stati 57 mila quelli a cui non ha fatto seguito alcuna azione da parte dei destinatari. Va sottolineato comunque che nel 2014 il trend era ancora più marcato (46% degli atti e 60% di imposta). A occuparsi della questione sarà quindi necessariamente Equitalia, che proverà a portare in cassa le somme vantate dal fisco utilizzando tutti gli strumenti a sua disposizione. Tuttavia, fa presente la magistratura contabile, «è di tutta evidenza come una parte rilevante di tale massa imponente di attività, pur doverosa per l’amministrazione sul piano giuridico, non produrrà effetti per l’erario». Resta costante, invece, la quota di maggiore imposta accertata che viene definita dai contribuenti tramite gli istituti deflativi del contenzioso. Dei 7,4 miliardi di euro incassati dai controlli sostanziali delle Entrate nel 2015, il 57% deriva da versamenti diretti. L’acquiescenza agli accertamenti risulta in calo del 21,7% rispetto al 2014, così come interviene una brusca frenata nel settore dell’imposta di registro (-224 milioni, corrispondenti a un calo del 50,7%).

Valerio Stroppa

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