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Per accelerare i pagamenti Pa più compensazioni e meno filtri fiscali

ROMA

Nella griglia del decreto Aprile ci sono tre norme che puntano a velocizzare i pagamenti della Pa ai fornitori. Ma è una griglia complicata, in perenne smottamento fra le richieste delle forze politiche e i limiti fisici alla possibilità di fare indebitamento e soprattutto di accelerare sulle emissioni di titoli di Stato (ieri lo spread ha chiuso a 242 punti base). Sarà l’incrocio di questi fattori a determinare le mosse che riusciranno a farsi spazio davvero nel testo del decreto.

Il tema è sul tavolo. Mentre si prova con più di una difficoltà a dare liquidità alle imprese, aveva sottolineato domenica sera il presidente designato di Confindustria Carlo Bonomi, «sarebbe il caso che lo Stato paghi i propri debiti verso le imprese, oppure venga data alle aziende la possibilità di compensare i debiti con i crediti». Proposta «giusta» e «fattibile» secondo il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli.

Per passare ai fatti bisogna appunto trovare la quadra sul decreto. L’arma più diretta per sbloccare i circa 30 miliardi di debiti scaduti (su quasi 40 totali) ancora nei conti delle Pa, sanità ed enti territoriali in testa, è una nuova edizione dello sblocca-pagamenti avviato nel 2013 e poi soggetto a varie repliche. L’ipotesi di un remake è stata in questi giorni all’esame dei tecnici di Via XX Settembre. Per essere attuata ha bisogno di appoggiarsi a una nuova tornata di anticipazioni agli enti territoriali da parte di Cassa depositi e prestiti; la Cassa però è già impegnata in mille filoni, per cui a chiudere il cerchio dovrebbe intervenire liquidità garantita dallo Stato. Con emissione di titoli pubblici. Senza una spinta alle anticipazioni, però, si corre il rischio opposto: cioè quello di scaricare ancora una volta sui fornitori le difficoltà di cassa degli enti territoriali.

In pista c’è poi la sospensione del «filtro fiscale», cioè la verifica sull’assenza di cartelle non pagate da parte dei fornitori per liquidare le fatture sopra i 5mila euro. L’idea di stoppare questo meccanismo poggia anche su ragioni logistiche: perché con la Pa a scartamento ridotto la verifica diventa un problema. A cui si aggiunge lo stop dell’attività degli agenti della riscossione fino al 31 maggio: in questa situazione non si fanno le verifiche su eventuali iscrizioni a ruolo del contribuente, con il risultato di bloccare nei fatti compensazioni e rimborsi.

Questo stop ha di fatto fermato anche l’altra strada della liquidazione diretta del rimborso che deve essere preceduta da una proposta di compensazione da parte dell’agente della riscossione con somme iscritte a ruolo. In un contesto del genere, il filtro fiscale mette il (riluttante) pagatore pubblico in una condizione di forza rispetto a un creditore privato chiamato invece a sopportare anche l’inceppamento dei rimborsi. Anche su questo punto rischia di esserci un problema di copertura, per cui nelle riunioni di questi giorni è finita anche l’ipotesi di non sospendere il filtro fiscale, ma di alzare da 5mila a 10mila euro la soglia che lo fa scattare.

Anche le compensazioni evocate da Bonomi sono in pista. L’ipotesi a cui si sta lavorando è quella di elevare il limite attuale di 700mila euro fino a un milione di euro. Un primo segnale importante che consentirebbe agli imprenditori che si ritrovano in credito con il Fisco per importi significativi di evitare di chiedere nuove linee di finanziamento per saldare i debiti fiscali in arrivo con la ripresa dei versamenti . A maggio, infatti, le imprese e gli autonomi che si sono visti rinviare i pagamenti delle ritenute, dell’Iva e dei contributi previdenziali saranno chiamati a saldare il conto, che secondo i dati resi noti in Parlamento dal ministro Roberto Gualtieri ammonterebbe a 2,5 miliardi di euro solo per Irpef e Iva. Le imprese dal canto loro hanno chiesto l’ulteriore sforzo al Governo di elevare il tetto delle compensazioni fino a 5 milioni di euro così da garantire un sostegno alla liquidità anche per quelle realtà di maggiori dimensioni che non hanno beneficiato del rinvio dei versamenti ma hanno subito l’effetto recessivo del crollo della domanda.

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