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Abuso di diritto a macchia d’olio

di Debora Alberici 

Nuova stretta sull'elusione fiscale. La mancanza della valida ragione economica di un'operazione commerciale che fa scattare l'abuso del diritto può essere costituita esclusivamente da un vantaggio fiscale.

È questo, in sostanza, quanto affermato dalla sezione tributaria della Corte di cassazione che, con la sentenza n. 25537 del 30 novembre 2011, ha respinto il ricorso di una grande azienda alla quale il fisco aveva contestato un'operazione elusiva nell'ambito di una triangolazione societaria.

In sostanza, l'unico motivo dell'acquisto di quote da parte delle controllate e del riacquisto da parte della controllante non aveva altra finalità se non quella di ottenere un risparmio d'imposta.

La tesi dell'amministrazione finanziaria è stata accolta con favore dalla ctp e dalla ctr di Bologna. E ora la decisione è stata resa definitiva in Cassazione. In particolare, ecco l'ultimo pezzo del puzzle dell'abuso del diritto, ad avviso degli Ermellini «se è vero infatti che per ritenere verificata una ipotesi di abuso del diritto ai sensi dell'art. 37 bis c.p.c è necessario che gli atti diretti ad ottenere vantaggi fiscali con l'aggiramento di obblighi o divieti previsti dall'ordinamento tributario siano privi di valide ragioni economiche, questo ultimo requisito, a differenza dei primi due, può ritenersi implicitamente verificato, ove si assuma, come nella sentenza impugnata, che l'unico motivo dell'aggiramento della norma tributaria sia il conseguimento di un vantaggio fiscale». Infatti la sentenza della ctr afferma che il discrimine tra una attività lecita ed elusiva consiste nel fatto che la seconda è compiuta «essenzialmente ovvero unicamente per il conseguimento di un vantaggio economico (sul piano fiscale)» e ciò esclude, univocamente, la presenza di una valida ragione economica di fondo, la quale, ove esistente, si pone come elemento in primo luogo anteriore, ma comunque diverso ed aggiuntivo rispetto al mero vantaggio pecuniario perseguito con l'aggiramento della normativa fiscale.

È fatta salva, ancora una volta, la prova contraria: infatti quando si è in presenza di atto che appare di abuso del diritto l'onere di provare la esistenza di valide ragioni economiche per compierlo ricade sul contribuente.

La sentenza di ieri, che preoccuperà molto aziende e professionisti, all'interno del Palazzaccio ha messo invece tutti d'accordo. Infatti anche la Procura generale ha chiesto in udienza il rigetto del ricorso della Spa.

Fra l'altro, facendo oggi un bilancio delle decisioni di legittimità sull'abuso del diritto si ricava che, tranne qualche isolato arresto della Suprema corte, questo principio segna una serie inesorabile di restrizioni sulla libertà economica di professionisti e aziende.

Con la sentenza depositata ieri sarà ancora più facile per gli uffici dell'Agenzia delle entrate contestare un'operazione commerciale se questa, agli occhi del fisco, non ha altra ragione se non quella di un risparmio di imposta. Sempreché, poi, all'interno dell'amministrazione finanziaria ci siano reali competenze per capire operazioni commerciali molto complesse.

Ma questa non è l'unica conseguenza delle motivazioni depositate ieri. Finora la Cassazione aveva fissato un solo paletto, a partire dalla sentenza 1465 del 2009: e cioè che la prova di quella che sarebbe stata l'operazione commercialmente valida al posto di quella elusiva grava sull'amministrazione finanziaria. In altri termini, per usare le parole dei giudici, la prova sia del disegno elusivo sia delle modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici, considerati come irragionevoli in una normale logica di mercato e perseguiti solo per pervenire a quel risultato fiscale, incombe sull'Amministrazione finanziaria, mentre grava sul contribuente l'onere di allegare la esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti di reale spessore che giustifichino operazioni in quel modo strutturate. Ora questo limite sembra essere caduto.

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