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Abuso del diritto senza rete

di Antonio Iorio

L'esistenza nell'ordinamento tributario del generale divieto di abuso del diritto, consente il disconoscimento degli effetti di qualunque negozio posto in essere solo per vantaggi fiscali anche se, al tempo della violazione, la norma ad hoc non esisteva in quanto introdotta successivamente. A precisarlo è la sentenza della Corte di cassazione n. 2193/12 depositata ieri, 16 febbraio.
La vicenda trae origine da un accertamento dell'agenzia Entrate nei confronti di una società per gli anni 1999 e 2000. L'ufficio aveva contestato l'indeducibilità di interessi passivi pagati in favore di alcuni soci, per un finanziamento ricevuto dagli stessi a garanzia del mutuo ottenuto dalla società, al fine di poter acquisire un'altra impresa. Questo comportamento era stato ritenuto elusivo e pertanto era stata disconosciuta la deducibilità degli interessi. Avverso il provvedimento la società aveva proposto ricorso chiedendo la nullità degli avvisi di accertamento, in quanto la norma relativa alla possibile elusività di pagamenti di interessi e canoni (lettera f-ter dell'art. 37-bis del Dpr 600/73), oggetto, di fatto, delle rettifiche, era entrata in vigore nel 2005, successivamente alle violazioni contestate. Questa disposizione prevede che possono essere considerati elusivi interessi e canoni qualora effettuati a contribuenti controllati direttamente o indirettamente da uno o più soggetti non residenti in uno Stato dell'Unione europea. Nella specie, i soci finanziatori erano residenti negli Usa.
Il ricorso era stato rigettato dalla Ctp e la sentenza era confermata anche dai giudici d'appello. La società ha allora fatto ricorso per Cassazione, che, però, lo ha rigettato, riconoscendo l'elusività dell'operazione.
In particolare, secondo i giudici di legittimità, nonostante la norma sia stata introdotta, ed entrata in vigore successivamente ai fatti in contestazione, all'amministrazione spetta sempre e comunque il potere di contestare la deducibilità di elementi passivi esposti dal contribuente, in forza del generale principio antielusivo esistente nell'ordinamento.
La fonte di tale principio, per la sentenza, è incardinata nella capacità contributiva e di progressività dell'imposizione (articolo 53, commi 1 e 2 della Costituzione).
A parere dei giudici, l'introduzione, benchè successiva, della disposizione normativa, conferma indirettamente l'illiceità fiscale dell'operazione stessa.
La pronuncia della Corte di cassazione deve far riflettere perché, in buona sostanza, in virtù del principio secondo cui c'è nell'ordinamento una norma (non scritta) di diretta derivazione costituzionale, in base alla quale il contribuente non può trarre indebiti vantaggi fiscali dall'utilizzo distorto delle disposizioni tributarie, diventa del tutto irrilevante l'esistenza di norme antielusive. Occorre, quindi, chiedersi sulla base di tale interpretazione quale valore, a questo punto, abbiano le norme scritte antielusive, atteso che non solo si possono applicare estensivamente ma, addirittura, trovano applicazione ancor prima della loro emanazione, fino a risultare, per altro verso, del tutto inutili, posto che l'amministrazione può non osservarle rifacendosi direttamente al principio costituzionale. In tale contesto, c'è anche da valutare l'utilità dell'emanazione di una disposizione ad hoc antiabuso, di cui tanto si sta parlando in questo periodo. Non avendo rango costituzionale, potrebbe essere del tutto inutile e ignorata dall'amministrazione la quale, come precisato ora dai giudici di legittimità, può rettificare la dichiarazione dei contribuenti direttamente sul principio non scritto di diretta derivazione costituzionale che, certamente, non può subire limitazioni da una futura norma di legge.

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