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Abuso del diritto da dimostrare

La pretesa erariale motivata su un presunto abuso del diritto richiede un’analisi fattuale precisa e circostanziata che dimostri la sottrazione fraudolenta al pagamento di un tributo. È quanto emerge dalla sentenza 13/45/13 della Ctr Lombardia.
La vicenda prende le mosse da una verifica dell’agenzia delle Entrate. Il controllo si era focalizzato principalmente sulla cessione di un contratto di associazione in partecipazione. I verificatori avevano concluso che tale cessione fosse priva di qualsiasi finalità economica, configurandosi invece come una mera finzione negoziale posta in essere dalla società cessionaria al solo scopo di fruire indebitamente della detrazione dell’Iva assolta sul corrispettivo pagato per subentrare nel contratto di associazione in partecipazione. In particolare, il processo verbale di constatazione aveva posto molta enfasi sul fatto che la società cedente non avesse materialmente versato la relativa Iva, per effetto di una compensazione con un credito, nonché sulla circostanza che la transazione realizzata avesse determinato una movimentazione di denaro residuale rispetto agli importi coinvolti, viste le compensazioni tra posizione attive e passive esistenti tra i soggetti coinvolti.
Il successivo avviso di accertamento è stato impugnato in Ctp. I giudici di primo grado hanno condiviso la tesi dell’ufficio in merito alla natura elusiva/abusiva della transazione oggetto del contendere e hanno respinto il ricorso della società. Così quest’ultima ha presentato appello e si è vista dare ragione dalla Ctr.
Nella motivazione logico-giuridica a fondamento della decisione, il collegio ha sottolineato prima di tutto come «nel nostro ordinamento, il principio del divieto di abuso del diritto trova la sua derivazione, per quel che concerne i tributi armonizzati (l’Iva, le accise e i diritti doganali) da un principio generale del diritto comunitario, secondo il quale i singoli non possono avvalersi fraudolentemente o abusivamente delle norme di tale diritto». In questo caso i giudici non ritengono sussistente un abuso del diritto realizzato al solo fine di ottenere un’indebita detrazione dell’Iva esposta in fattura. E in tal senso depongono una serie di elementi. A cominciare dal perseguimento di valide regioni economiche, esaustivamente dimostrate dal significativo utile realizzato dalla società nella transazione. Conclusione che – secondo la sentenza 13/45/13 – non può essere scalfita dalla presunta antieconomicità dell’operazione stessa per la società cedente, dato che la «circostanza poteva giustificare, nei confronti di quest’ultima, il disconoscimento della correlativa perdita e non anche il diniego dell’effettività dell’operazione che aveva consentito alla controparte di realizzare un profitto».
In secondo luogo, la Ctr ha sottolineato l’irrilevanza delle circostanze addotte dall’ufficio a sostegno della pretesa erariale. Non può essere attribuito alcun peso al fatto che la società cedente non avesse materialmente versato l’imposta relativa all’operazione per effetto della compensazione con un corrispondente credito. Secondo i giudici, infatti, «l’elusività di un’operazione economica deve essere connessa a una fraudolenta sottrazione del tributo e non anche al rimborso in compensazione di un credito la cui esistenza non è stata contestata».
Allo stesso modo, la Commissione di secondo grado non ritiene rilevanti le modalità di regolamentazione economica della transazione, risultando indifferente che sia avvenuta integralmente con trasferimento di fondi oppure – come nel caso specifico – prevalentemente tramite compensazione. Di conseguenza, «appare pertinente l’eccezione mossa dalla società contribuente – conclude la pronuncia – sulla carenza di motivazione dell’avviso di accertamento e di prova dell’inesistenza e della fittizietà dell’operazione in esame».

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