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Abuso del diritto con effetto allargato

In quali casi si può applicare in Italia l’abuso del diritto? La domanda torna d’attualità dopo la pronuncia della Cassazione secondo cui le transazioni infragruppo possono essere rettificate dal fisco applicando il valore normale anche se le aziende sono nazionali (si veda «Il Sole-24 Ore» di ieri). Negli ultimi anni sono numerosissime le sentenze di legittimità che ritengono l’abuso del diritto retroattivo ed estensibile alle più svariate fattispecie.
Di fatto, oggi, si ha la sensazione che quando l’amministrazione intuisca che il contribuente ha effettuato un’operazione non particolarmente lineare, senza però riuscire a trovare alcun elemento di riscontro per censurarla, si ricorra all’abuso del diritto quasi fosse l’extrema ratio per far valere le ragioni erariali. Analogo atteggiamento sembra emergere dai giudici di legittimità.
In tale contesto si ricorda la sentenza della Cassazione n. 2193/12, secondo la quale l’esistenza nell’ordinamento tributario del generale divieto di abuso del diritto, consente il disconoscimento degli effetti di qualunque negozio posto in essere solo per vantaggi fiscali anche se, al tempo della violazione, la norma ad hoc non esisteva in quanto introdotta successivamente.
Nel solo 2013, l’abuso è stato configurato nel ripiano della perdita della partecipata e la successiva cessione della quota di partecipazione con determinazione di una minusvalenza (sentenza n. 4901/2013) ed ancora nell’acquisto separato ma contemporaneo di un’azienda agricola e di terreni adiacenti, da sottoporre entrambi a registro e non, come aveva fatto il contribuente, assoggettando le vendita dei terreni ad Iva (sentenza 1405/2013)
“Abusivi” secondo l’amministrazione e i giudici di legittimità sono pure alcuni atti di cessione immobiliare da una persona fisica ad una società e i successivi passaggi societari (ordinanza n. 2234/2013). Si è giunti addirittura ad invocare l’abuso del diritto per giustificare la legittimità dell’iscrizione ipotecaria di Equitalia sui beni immobili iscritti in un fondo patrimoniale del contribuente (sentenza n. 7239/2013). Da ultimo (sentenza 17956/2013) è stato ritenuta “abusiva” anche la cessione separata di un’azienda rispetto alle rimanenze, nonostante tutto sia avvenuto sotto l’egida del giudice in una procedura fallimentare.
Addirittura la Cassazione penale (sentenza n.26723/2011) non esclude che il comportamento “abusivo” sia addirittura penalmente rilevante, nonostante il medesimo comportamento (sempre a legislazione immutata) alcuni anni fa fosse del tutto corretto e non censurabile neanche amministrativamente.
A fronte di tutte queste pronunce, occorre peraltro segnalare alcune (isolate) posizioni di “coraggiosi” giudici di merito, secondo i quali non è applicabile l’abuso almeno per i tributi non armonizzati in quanto solo l’intervento del legislatore, con l’introduzione di una norma positiva identificatrice di uno specifico presupposto d’imposta, può autorizzare l’interprete ad utilizzare il principio di capacità contributiva (sentenza Ctp Reggio Emilia n.140/3/2013).
È evidente che quanto successo negli ultimi anni in materia deve far riflettere sulla necessità che in un ordinamento come il nostro, caratterizzato dalla codificazione delle norme, chi è chiamato ad interpretare le leggi debba attenersi il più possibile alla lettera delle disposizioni. Differentemente, l’incertezza degli operatori, e con essa la sfiducia in un sistema così strutturato, è quasi garantita.
Forse un intervento significativo del legislatore è ormai indifferibile. In caso contrario, il rischio è che “codifichi” chi, invece, deve interpretare.

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