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Abolire gli ordini professionali? Non ci aiuta a crescere di più

di Claudio Siciliotti

Due autorevoli editorialisti del «Corriere della Sera» , Antonio Polito ed Ernesto Galli della Loggia, hanno in questi giorni tacciato, rispettivamente, di miserabilità politica i parlamentari che si sono opposti all’inserimento nella manovra di una norma di sommario annientamento degli Ordini professionali e di impalpabilità politica il Ministro e neo Segretario del Pdl Alfano per non aver fatto nulla contro questa «ribellione» verso il Governo. Di miserabile, in verità, c’è stato soltanto il tentativo eterodiretto di approfittare del drammatico momento del Paese per fare in un giorno, ma contro i liberi professionisti, quello che da anni i liberi professionisti chiedono venga fatto insieme a loro ed anche per loro: riformare le libere professioni intellettuali. Così come di impalpabile, del resto, è stato semmai chi nel Governo si è prestato a questo tentativo. Il modello ordinistico, di per stesso, non è né un male né un bene: è un modello organizzativo che fa parte della cultura e delle tradizioni di questo Paese, esattamente come le associazioni fanno parte della cultura e delle tradizioni dei Paesi anglosassoni. L’unica differenza risiede nel fatto che, mentre gli anglosassoni sono fieri dei propri modelli culturali e cercano di esportarli ovunque possono, noi siamo inguaribili esterofili che addirittura si vantano di inserire in manovra norme scritte in inglese e tradotte tal quali. Il modello ordinistico diviene modello potenzialmente corporativo, quando l’ordinamento professionale contempla una serie di variabili: numero chiuso, limiti geografici nella localizzazione dell’attività professionale, limiti alla pubblicità, tariffe minime inderogabili, impossibilita di ottemperare al tirocinio già durante gli anni di formazione universitaria, vincoli nella forma giuridica mediante la quale esercitare la professione. Riformare le professioni intellettuali significa eliminare questi vincoli, laddove ancora oggi esistano (e, nella maggior parte dei singoli ordinamenti professionali, molti di questi vincoli già oggi non ci sono), salvo che per le situazioni in cui si ritengano ancora oggettivamente opportuni nell’interesse della collettività (non dei professionisti). Per quanto riguarda ad esempio l’Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, il cui ordinamento professionale è del resto stato riscritto assai di recente (2005), nessuna delle limitazioni che precedono sussiste e, per quanto riguarda la possibilità di esercitare la professione anche sotto forma societaria, siamo stati noi stessi a presentare un disegno di legge in tal senso. Questa è la strada su cui la politica deve svolgere la propria azione riformatrice: ammodernare il modello ordinistico ed i singoli ordinamenti professionali nell’interesse del Paese e non, invece, lasciarli immutati nell’interesse di chi concepisce la professione come una rendita di posizione, oppure annientarli nell’interesse di chi vuole incorporare le professioni sotto il proprio già ampissimo cappello di rappresentanza sindacal-categoriale. Da ministro della Giustizia, il neo Segretario del Pdl Alfano, in questi tre anni, ha dato chiari segnali e conferme pubbliche di aver inteso che questa è la strada. Ecco che l’aspetto sconcertante dal punto di vista politico, su cui una riflessione sarebbe senza dubbio opportuna, non sono certo i suoi silenzi di questi giorni, ma semmai il fatto che in manovra arrivino ipotesi normative in palese contrasto con l’azione politica da lui sin qui condotta. Il Paese ha un grande bisogno di riforme e di chiarezza nell’azione politica che coaguli in tutti i settori coloro che sono sinceramente disposti a rinunciare a un pezzettino del proprio nel nome dell’interesse collettivo. Non di colpi di mano e guerre per bande che esasperano ovunque il sindacalismo difensivista e, paradossalmente, contribuiscono a bloccare ancora di più il Paese.

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