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Abi, sofferenze record in aprile

Scendono i prestiti a famiglie e imprese, crescono le sofferenze. Da diversi mesi ormai il bollettino dell’Associazione bancaria italiana (Abi) recita più o meno lo stesso copione: quello di una recessione profonda (che rende la clientela più rischiosa) e delle difficoltà delle banche nella raccolta del denaro a medio-lungo termine (che induce gli istituti di credito a stringere i cordoni del credito).
Il «Monthly Outlook» di giugno diffuso ieri, sotto questo aspetto, non fa certo eccezione: in Italia le sofferenze nette hanno toccato ad aprile una nuova cifra record a 66,4 miliardi di euro, mentre quelle lorde (che non considerano le svalutazioni effettuate dalle banche) si sono spinte fino a 133,3 miliardi. Al tempo stesso hanno continuato a contrarsi, per il decimo mese consecutivo, anche i prestiti alla clientela (scesi a maggio del 2,71% rispetto a 12 mesi prima a 1.893,5 miliardi). La novità, se così si può dire, è che il ritmo di crescita delle sofferenze, così come quello di decelerazione del credito a famiglie e imprese è lievemente rallentato rispetto al mese precedente: ma si tratta di una magra consolazione e non rappresenta necessariamente un segnale di inversione di tendenza.
L’Abi, da parte sua, tiene a sottolineare ancora una volta come la riduzione dei prestiti sia in fondo un fenomeno comune all’intera Europa: «L’ultimo dato disponibile di aprile – si legge infatti nel bollettino – colloca il tasso annuo di crescita degli impieghi al settore privato in Italia al -2,4%, al di sotto della media dei Paesi dell’area euro (-0,7%), e dei dati di Francia e Germania (+2,6% e +0,9% rispettivamente), ma significativamente superiore all’esperienza spagnola (-9,2%), cioè di un paese che è stato sottoposto a tensioni finanziarie paragonabili alle nostre». Se poi si prende in considerazione l’indice di «intensità creditizia», ovvero il rapporto fra credito e Pil, l’Abi ricorda come il dato italiano (-0,6%) resti al di sopra di quello medio dell’area (-1,4%) e sia secondo soltanto a quello della Francia (+0,6%).
Altra annotazione dell’Associazione, e tema più volte ribadito negli ultimi mesi dai banchieri, è il fatto che l’ammontare dei prestiti erogati resti ancora significativamente superiore a quanto effettivamente raccolto fra la clientela (1.745,1 miliardi): le banche impiegano insomma più denaro di quanto ne ricevono da famiglie e imprese e ne raccolgono sui mercati dei capitali. A questo proposito, vale la pena notare che quest’ultimo dato è la risultante di una continua crescita dei depositi presso la clientela (+7,3% a maggio rispetto all’anno precedente) e della dinamica negativa delle obbligazioni emesse (cioè della raccolta a più lungo termine): -9,5% in un anno e circa 2 miliardi di euro in meno rispetto ad aprile.
Quanto alle condizioni praticate, l’Abi ha reso noto che sia il tasso medio sui nuovi prestiti concessi alle imprese (3,55%) sia quello per i mutui alle famiglie (3,67%) si sono contratti di 5 punti base rispetto al mese precedente: un effetto soltanto in parte legato alla riduzione degli Euribor (nello stesso periodo il tasso interbancario è passato da 0,21% a 0,20%) e al costo complessivo della raccolta (1,99% anziché 2% fra depositi, obbligazioni e pronti contro termine). Lo spread fra tasso medio sui prestiti esistenti (3,75%) e quello della raccolta si è così leggermente ridotto a 176 punti: un sovrapprezzo eccessivo secondo la clientela, ma che per l’Abi resta abbondantemente al di sotto dei 300 punti registrati prima dell’inizio della crisi finanziaria.

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