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Abi: giusto il rigore ma no all’aumento dell’Irap per le banche

Un "sì" pieno all'obiettivo del risanamento dei conti pubblici e un paio di articolate obiezioni sugli strumenti adottati per conseguirlo, vale a dire l'aumento dell'Irap e dell'imposta di bollo, soprattutto per i suoi effetti sui depositi di minore importo. È il senso della valutazione espressa ieri, al termine della riunione dell'esecutivo dell'Abi, dal presidente dell'Associazione bancaria italiana.

«La tenuta dei conti dello Stato in questa delicata fase congiunturale – ha esordito Giuseppe Mussari – è un'assoluta priorità per tutti». E «il risultato della manovra varata dal Governo consente all'Italia di rispondere positivamente alle sollecitazioni di Bruxelles per il progressivo raggiungimento del pareggio di bilancio».

Tuttavia, ha osservato «suscita riserve l'incremento dell'aliquota Irap per le banche» perché «si tratta di un ulteriore aumento della pressione fiscale sulle imprese bancarie, già penalizzate dal regime di tassazione più alto in Europa (15 punti percentuali rispetto alla media). È un'imposta del tutto particolare, che si paga anche sulle perdite, al punto che è lo stesso Governo ad affidare alla delega la sua abolizione».

Secondo Mussari, «si impone una riflessione su quali effetti di medio e lungo periodo questa misura provocherà rispetto all'esigenza di mantenere un modello di banca moderna al servizio di famiglie e imprese».

In particolare, «si tratta di riflettere sull'impatto che detta imposta avrà sulla capacità delle banche di trattenere utili, al fine di rafforzare la loro capacità patrimoniale e quindi la concreta possibilità di erogare credito».

Ma non basta. Per i banchieri, infatti «si dovrà inoltre valutare un regime di esenzione dall'imposta di bollo per i depositi titoli di minore importo».

«Le banche – conclude il presidente dell'Abi – sono pronte responsabilmente a fare la loro parte, chiedono il pieno rispetto degli impegni presi con l'Europa, sottolineando l'esigenza di interventi che non sacrifichino lo sviluppo di medio periodo e che non penalizzino ulteriormente l'erogazione del credito».

 

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